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Prove generali di federalismo moderno:
la Repubblica delle Provincie Unite dei Paesi Bassi (1579-1654)

 

Sommario: 1. Introduzione 2. L’Unione di Utrecht (1579) e il problema della sovranità delle Province Unite 3. L’enigma della forma di governo 4. Le istituzioni della Repubblica nella teoria costituzionale: gli Stati Generali e il Consiglio di Stato 5. Gli Orange e la carica di stadhouder 6. Gli Stati della provincia d’Olanda 7. Il federalismo nel pensiero politico e nella pratica: il dibattito sulla sovranità e le crisi del 1618-1619 e 1648-1654.

 

1. Introduzione

 

Come fa giustamente notare Corrado Malandrino, oggi il termine “federalismo” può assumere numerosi significati: esso

 

         Può essere concepito come idea filosofico-politica giusnaturalistica del patto federale, principio costituzionale e organizzativo, forma di governo e teoria dello Stato federale; o, ancora, come visione ideologica di una specifica forma sociale, tendenza politica proteiforme determinata dal proprio fine, e addirittura come particolare stile e modo di pensare e di atteggiarsi[1].

 

         In questo contributo guarderemo il federalismo da un punto di vista prettamente giuridico e storico-istituzionale, per il quale esso si potrebbe definire come

 

         Un principio di riorganizzazione del potere sul territorio in base al quale una pluralità di enti territoriali che rappresentano collettività locali si integra in un aggregato più o meno duraturo[2].

 

         A quale esigenza risponde una siffatta visione del federalismo? Per usare una efficace espressione di uno dei massimi studiosi di questo fenomeno politico, Daniel J. Elazar, il federalismo

 

         Risponde al bisogno dei popoli e delle comunità politiche di unirsi per perseguire fini comuni, restando tuttavia separati per conservare le rispettive integrità. E’un po’ come volere la botte piena e la moglie ubriaca[3].

 

         Dal punto di vista storico, permane ancora l’idea che il federalismo, come “pratica politica”, se non anche come teoria, sia “nato” con l’esperienza costituzionale della Rivoluzione americana, le cui tappe fondamentali possono essere ricondotte agli Articles on Confederation (approvati nel 1777 ed entrati in vigore nel 1781), alla Costituzione del 1787, e naturalmente alle tesi contenute in quella che fu la principale fucina del dibattito sul federalismo statunitense, vale a dire il Federalist (1787-1788)[4].

Gli studiosi sono soliti chiamare tutte le elaborazioni precedenti alla carta costituzionale americana del 1787 come esperimenti di “proto-federalismo”. Tale periodizzazione, non priva di fondamento, trova la sua ragion d’essere nel significato odierno attribuito alla parola “federalismo”, specialmente in seno alla teoria costituzionale[5]. Ovviamente, ogni interpretazione del significato dei concetti politici dipende dalla loro definizione iniziale. Pertanto, a seconda di come si definisce il federalismo, si può dire che esso “cominci” con la rivoluzione americana ovvero molti secoli prima. La prospettiva qui adottata, facente riferimento alla definizione di J. Luther precedentemente ricordata, è quanto più possibile “inclusiva”.

Difatti, non ci sembra priva di interesse anche l’indagine di esperienze e modelli precedenti a quello americano, poiché fu proprio dal dibattito intorno a tali modelli che presero le mosse gli stessi autori del Federalist: i  numeri dal 18 al 21 della celebre rivista sono infatti dedicati all’esame – assai critico - dei principali precedenti storici di governi federali o confederali (all’epoca, la distinzione non solo non era ancora precisa, ma non era neanche percepita come necessaria)[6].

A questo proposito, gli studi di Elazar hanno fatto emergere l’importanza, non solo simbolica, della tradizione politica ebraica – l’organizzazione delle dodici tribù d’Israele - come primo esperimento di “federalismo”[7]. Tale modello sarà infatti uno dei principali riferimenti storici nel dibattito sull’assetto istituzionale delle Province Unite dei Paesi Bassi, che sono al centro del presente intervento[8]. Anche il Medioevo conobbe forme di federalismo, come l’assetto della Confederazione Elvetica a partire dalla lega dei primi tre cantoni (1291)[9].

Fra gli esempi storici analizzati dal Federalist, accanto alle leghe dell’antica Grecia, al Sacro Romano Impero e alla Confederazione Elvetica, troviamo, ultima e più recente, proprio l’esperienza della Repubblica delle Province Unite dei Paesi Bassi, nata alla fine del XVI secolo dall’esito vittorioso della rivolta contro la Spagna, e morta, spazzata via dal vento rivoluzionario francese, circa dieci anni dopo la stesura del Federalist, nel 1798.

Il “caso” delle province Unite è senza dubbio interessante: grande potenza repubblicana nell’età dell’assolutismo monarchico, crocevia di sette eterodosse e liberi pensatori, magazzino dei tesori dei cinque continenti e delle ricchezze di metà dei banchieri del globo, patria della libertà di stampa e, infine, vera e propria “palestra del federalismo”[10].

Il Seicento è tradizionalmente noto per essere stato il “secolo d’oro” dei Paesi Bassi[11]. Tale appellativo rischia però di essere frainteso, o meglio, sopravvalutato. Se per “secolo d’oro” si intende secolo di espansione economica, coloniale, culturale, va bene. Ma dire che fu un secolo pacifico e lontano dai conflitti sociali è nascondere la verità. Il Seicento olandese fu invece un secolo di guerre continue, sia esterne che interne, e per “guerre interne” intendo dire guerre civili. Si ebbe dapprima lo scontro con la Spagna, fino al 1648, poi due guerre anglo-olandesi (1652-1654 e 1665-1667), due guerre con la Francia di Luigi XIV (la guerra di devoluzione e l’impresa d’Olanda), senza considerare tutte le varie azioni belliche effettuate nelle colonie e nei mari aperti[12]. In politica interna si ebbero le dispute fra Arminiani e Gomaristi, fra i sostenitori degli Stati e quelli della famiglia degli Orange, fra province “terrestri” e province “marittime”, fra “città votanti” e “città non votanti”. Vi furono poi alcuni wetverzettingen, termine che un po’ impropriamente si può tradurre con “colpi di stato”. Si trattava di repentine “visite” del governatore provinciale (stadhouder), accompagnato da un contingente militare più o meno grande, all’interno delle città “disobbedienti”, al fine di rimpiazzare i magistrati a lui sfavorevoli con altri a lui più vicini[13].

Lo studio del governo delle Province Unite consente una ennesima verifica dell’intimo nesso che lega la storia del pensiero politico e quella delle istituzioni. Basti pensare che il “modello” costituzionale olandese è stato finemente interpretato e dotato di piena legittimità giuridica e filosofica nella Politica methodice digesta di Johannes Althusius (1603 prima edizione, 1614 terza edizione notevolmente ampliata), opera che consacra definitivamente i Paesi Bassi come nazione strutturata su più livelli di consociationes sempre più estese demograficamente e territorialmente, dai governi cittadini a quelli provinciali fino ad arrivare all’intero insieme del Belgium Foederatum[14]. Dalla Politica di Althusius emerge inoltre che la dottrina del contrattualismo ha esercitato una profonda influenza nella giustificazione della deposizione di Filippo II, mentre un’altra opera fondamentale in tale contesto, il De antiquitate Reipublicae Batavicae di Ugo Grozio (1610), composto un anno dopo la firma della Tregua dei Dodici Anni con Madrid (1609), sviluppava la tradizione umanistica dello studio della storia della rivolta dell’antico popolo germanico dei “batavi” contro Roma, forgiando il cosiddetto “mito batavo”, destinato a larga fortuna. Tale mito portava verso una concezione aristocratica  e particolaristica dell’amministrazione delle Province Unite, e sarà spesso l’orizzonte di riferimento dei partigiani della teoria della supremazia delle singole province – con particolare riferimento all’Olanda -  sul governo dell’Unione[15]. In un’altra opera forse precedente, il De republica emendanda, Grozio aveva invece proposto una riforma della costituzione della Repubblica in base al paragone con il governo delle antiche tribù d’Israele, suggerendo di concedere maggiori funzioni al Consiglio di Stato (Raad van State)[16].

La struttura costituzionale della Repubblica delle Province Unite risultava assai poco chiara ai contemporanei, che stentavano a definirla e ne davano interpretazioni divergenti. La causa di ciò va ricercata nel fatto che l’Unione di Utrecht (1579), il documento giuridico che individuava questa “confederazione di province”, o meglio, questa “confederazione federale”, era il frutto non particolarmente meditato di necessità contingenti, e lasciava (volutamente?) irrisolta la questione, che in quell’epoca appariva centrale per la classificazione istituzionale di ogni Stato, della titolarità del potere sovrano[17].

Nel presente lavoro cercheremo di evidenziare il rapporto fra centro e periferia in questo esemplare “Stato composito”[18], concentrandoci sulla descrizione storico-istituzionale e sui mutamenti costituzionali avvenuti in alcuni particolari momenti della sua storia (la crisi del 1618-1619 e quella degli anni 1648-1654), nei quali il conflitto fra governo centrale e governi provinciali esplose in tutta la sua complessità. La descrizione delle istituzioni delle Province Unite sarà condotta sull’esame di alcuni particolari tipi di fonti: anzitutto le relazioni degli ambasciatori, utili per capire in che modo “lo straniero” vedeva i Paesi Bassi nel XVII secolo; poi anche le opere di alcuni eminenti storici e giuristi nati e vissuti proprio in quei territori. Infine, ci serviremo di parte della sterminata letteratura libellistica per ricostruire il “clima politico” nei momenti di maggiore tensione sociale e istituzionale della storia olandese della prima metà del Seicento, fino a quando l’Atto di Esclusione (Akte van Seclusie) del 1654 non abolì lo statolderato in Olanda e nelle altre province, provocando un cambiamento sostanziale nella configurazione costituzionale del Belgium Foederatum.

 

 

2. L’Unione di Utrecht (1579) e il problema della sovranità delle Province Unite

 

L’Unione di Utrecht[19], che consacrava la separazione definitiva fra il nord e il sud dei Paesi Bassi, era innanzitutto un trattato di alleanza militare, e si può dire che avesse i lineamenti generali di un accordo di diritto internazionale più che di diritto interno. A confermare il dato è l’espressione “unione e confederazione” che viene utilizzata, nella traduzione francese coeva, per definire l’assetto di questa nuova entità politica. Occorre ricordare che nel XVI secolo “federazione” e “confederazione” erano spesso sinonimi, non essendo stata ancora elaborata dalla dottrina giuridica la distinzione fra i due termini[20]. Non sorprende perciò che i commentatori politici usarono definire la Repubblica delle Province Unite a volte come foederatio e altre volte come confoederatio[21]. Uno dei primi personaggi ad utilizzare, successivamente alla Rivoluzione americana, il termine “sistema federale” (systême fédératif) per indicare il governo delle Province unite fu Mirabeau, nella bella orazione Aux Bataves, sur le stathouderat, composta nell’aprile 1788[22].

E’opportuno descrivere brevemente i punti principali di questa Unione di Utrecht. L’obbligo di assistenza reciproca scattava in caso di aggressione o violenza ai danni di una o più province o dell’Unione nel suo complesso, da parte del re di Spagna (art. 2) o di ogni altro sovrano, Stato o città (art.3). Si stabiliva un sistema di fortificazioni all’interno del territorio dell’Unione, i cui costi sarebbero stati pagati dall’Unione stessa, o, come si diceva a quel tempo, dalla “Generalità” (art.4). L’art.5 è il primo di una serie di articoli che venivano a dare un carattere “federale” all’Unione, nel tentativo di aumentare le competenze della Generalità nei confronti dei governi provinciali. In virtù di questo articolo veniva infatti delineato un sistema di tassazione comune, che però non venne mai attuato completamente. Già dal 1583 si decise di tornare al vecchio sistema delle quote[23]. Veniva poi previsto un censimento della popolazione maschile in età di leva, anch’esso mai realizzato (art.8). Gli artt. 9 e 10 prevedevano il divieto per le singole province di dichiarare una guerra o stipulare trattati di pace, armistizi, confederazioni o alleanze  senza il consenso  unanime dell’Unione. Furono questi articoli che i sostenitori della guerra contro l’Inghilterra invocarono per dichiarare illegittimo il riavvicinamento diplomatico fra l’Olanda di De Witt e Cromwell nei primi anni ’50 del XVII secolo[24].

L’art. 11 potrebbe rappresentare un argomento a sostegno della tesi secondo cui i firmatari dell’Unione di Utrecht non avevano intenzione di creare un nuovo Stato, né di darsi una “costituzione”. Questo articolo infatti prevede la possibilità per sovrani e repubbliche straniere di entrare a far parte dell’Unione, con il consenso unanime dei suoi membri, dimostrando che la prospettiva “internazionalista” era forse quella più presente nelle menti degli autori della carta.

Dopo aver stabilito una politica finanziaria e doganale comune (artt. 12 e 18), si passava alla spinosa questione dei rapporti fra Stato e confessioni religiose. Ogni provincia poteva regolare la politica ecclesiastica al suo interno come riteneva opportuno, ma sempre in conformità con la Pacificazione di Gand (1576), vale a dire in modo tale che “ad ogni individuo sia garantita libertà di religione e nessuno sia perseguito o interrogato a causa della sua fede” (art. 13).

Nonostante possa sembrare all’apparenza un documento classificabile nella fattispecie dello ius gentium, l’Unione fu però subito considerata la “legge fondamentale” del nuovo Stato repubblicano[25], la sua “costituzione”, ma una costituzione di certo poco chiara. 

Il cuore del problema della sovranità si manifestava infatti già al punto primo dell’Unione, che recita:

 

En premier lieu que lesdites Provinces font alliance, union & confederation par  ensemble: comme par ces presentes elles se sont alliées, unies, & confederées à jamais, de demeurer ainsi en toutes sortes & manieres, comme si toutes ne fussent qu’une Province seule, sans qu’elles se puissent en nul temps à l’advenir, desunir ni separer, ni par Testament, Codicille, Donation, Cession, Eschange, Vendition, Traittez de Paix ou de Mariage, ni pour nulle autre occasion que ce soit, ou puisse estre. Demeurant neantmoins sains & entiers, sans aucune diminution ni alteration, les Privileges especiaux & particuliers, Droit, Franchises, Exemptions, Statuts, Coustumes, Usances, & toutes autres Droictures & preminences que chacune desdites Provinces, Villes, Membres & Habitans d’icelles peuvent avoir. En quoy ils ne veulent non seulement point prejudicer ni donner empeschement aucun: mais assisteront les uns les autres par tous moyens, voire de Corps & de Biens, si besoin est, à les deffendre, les confermer & maintenir contre & envers tous, qui en iceux les voudroient troubler ou inquieter. Bien entendu que des differens qu’aucune desidtes Provinces, Membres, & Villes de cette union peuvent avoir entre-elles, ou par après se pourroient susciter, touchant leurs Privileges & Franchises, Exemptions, Droits, Statuts & anciennes Coustumes, Usances, ou autres Droitures, il en sera vuidé, par voye de Justice ordinaire, ou par Arbitres & appointemens amiables: sans que les autres Pays ou Provinces, Membres, ou Villes, à qui tels differens ne touchent (si avant que Parties se submettent en droit) s’en puissent aucunement mesler, sinon d’intercession tendante à Accord[26].

 

Dunque: se da un lato si vuole costituire quasi “una sola provincia”, impedendo la divisione in ogni modo, dall’altro si ribadisce che questo avverrà senza violazione dell’ordinamento giuridico di ciascuna regione. In nessun luogo viene utilizzato il termine “sovranità” (in olandese heerschappije o souveraniteit), tutt’altro che sconosciuto agli olandesi, ma troppo legato alla “puissance absolute” di cui Bodin aveva parlato solo tre anni prima (1576), forma politica che nei Paesi Bassi era inestricabilmente associata all’odioso dominio spagnolo[27]. Ma come regolare il rapporto fra il tutto e le parti, in caso di dissenso? In altre parole: siamo in presenza di una confederazione di Stati sovrani, nella quale ciascun membro può legittimamente utilizzare il diritto di veto, oppure di una federazione dotata di un governo centrale in grado di prendere decisioni vincolanti per tutti e di farle rispettare?

Assai sbrigativamente, il testo fa riferimento al metodo dell’arbitrato, cioè all’intervento di un’istituzione “terza”, concetto che sarà sviluppato ulteriormente negli articoli 9[28] e 16[29]. L’istituzione cruciale è quella dello stadhouder, il governatore provinciale, cui spetterebbe la decisione finale in caso di controversie fra più province o fra l’Unione e le province stesse. Come rilevato già da Ugo Grozio, non c’è però alcuna legittimazione formale della possibilità di un intervento armato nella eventualità di un conflitto insanabile o di tensioni sociali: in pratica, non è specificamente previsto alcun mezzo per punire eventuali violazioni del patto[30].

La lotta politica all’interno della Repubblica vedrà allora nel Seicento due protagonisti: da un lato gli Orange[31], i carismatici discendenti di Guglielmo il Taciturno, titolari della carica di stadhouder in varie province, sedicenti difensori dell’ “Unione generale” e garanti dell’ordine pubblico, ma non esenti da bramosie dinastiche; dall’altro, la provincia d’Olanda, di gran lunga la più ricca e potente, che esprimeva il proprio “interesse di Stato”, rivolto principalmente alla tutela dei traffici marittimi, attraverso il “Gran Pensionario” (raadpensionaris), una specie di primo ministro e portavoce degli Stati.

Tra i primi a prevedere che dallo scontro di queste due istituzioni sarebbe dipesa la vita stessa del nuovo Stato vi fu il cardinale Bentivoglio. Nella sua visione tale ostilità avrebbe certo portato alla rovina le Province Unite, e viene annoverata appunto tra i fattori disgreganti del loro assetto politico-sociale[32]. Tutto ciò è comprensibile: nell’ “età barocca”, il conflitto era immancabilmente visto come elemento negativo all’interno di una comunità politica[33]. Eppure, fu proprio nel “secolo d’oro” olandese che esso cominciò ad essere visto dagli osservatori in una luce sempre più positiva, poiché in effetti rappresentava lo specchio della realtà dinamica delle forze in campo. In questo contesto dovrebbe essere analizzata l’opera dei fratelli de la Court e di  Spinoza[34], sulla scorta delle considerazioni già svolte da Machiavelli sul tema dei conflitti sociali[35].

 

3. Il problema della forma di governo

 

         Dall’assenza di una chiara distribuzione del potere politico fra l’Unione e le sue parti nasceva inoltre un “enigma” sulla forma di governo da attribuire alla Repubblica. Le categorie più utilizzate a tal proposito erano quelle elaborate da Aristotele (la distinzione tra monarchia, aristocrazia, democrazia e politéia) e Machiavelli (la separazione fra repubblica e principato, e la possibilità di forme miste di governo come quella della Roma repubblicana), con l’importante aggiunta della collocazione della “sovranità” intesa in senso bodiniano. Come inquadrare insomma il caso dei Paesi Bassi? Si trattava di un’aristocrazia, di una democrazia o piuttosto di un esperimento di governo misto?

         Il problema non appariva di facile soluzione: nel Federalist si definiscono i Paesi Bassi come una confederazione di repubbliche “di un tipo veramente particolare”[36], mentre il cardinale Guido Bentivoglio, nunzio papale a Bruxelles, che era un politico eccellente, e aveva avuto tra i suoi maestri anche Traiano Boccalini, fu costretto ad ammettere che le Province Unite erano “una Republica […] fondata in un governo di forma sì diversa da tutte l’altre”[37]. Nella sua Relatione delle Provincie Unite di Fiandra (pubblicata nel 1629, ma redatta nel 1611), egli analizza dapprima la forma di governo che i Paesi Bassi avevano assunto precedentemente alla sollevazione contro gli spagnoli, e successivamente quella che era nata dalla rivolta stessa, a seguito della deposizione del re (1581) e della “Tregua dei dodici anni” (1609). La conclusione del prelato era che i Paesi Bassi, nonostante tutto, avessero mantenuto la forma di governo misto tradizionale, nel quale troviamo cioè un elemento monarchico (il principe-stadhouder), uno aristocratico (gli Stati generali e provinciali) e uno popolare (i governi cittadini), pur essendo cambiate le istituzioni titolari della “suprema autorità”[38]. Secondo Bentivoglio quest’ultima appare divisa fra gli Stati provinciali, sovrani sulle singole province, e gli Stati generali, cui spetta la sovranità dell’Unione intera[39]. L’ecclesiastico ammette dunque l’esistenza di una Unione dotata di una qualche autorità, e di quello che, con categorie giuridico-istituzionali odierne, chiameremmo “governo federale”.

         L’ipotesi che la Repubblica appartenesse alla famiglia dei “governi misti” non fu sostenuta dal solo Bentivoglio. Un precedente importante era rappresentato dalla breve orazione De statu reipublicae Batavicae di Paulus Merula (1588-1607), professore e poi rettore dell’università di Leida[40]. Proprio al termine dello scritto, che conobbe due edizioni latine e due traduzioni in olandese, l’autore si chiede a quale delle tre forme classiche (aristoteliche) di governo debba essere ricondotta la nuova Repubblica, e afferma che essa partecipa di tutte e tre, ed è pertanto una forma di governo misto, nella quale la summa potestas è ripartita fa lo stadhouder, gli Stati e le amministrazioni cittadine[41].

         Altri autori erano invece dell’idea che ci si trovasse di fronte ad un tipo di governo decisamente aristocratico, dato che il potere politico era, ad ogni livello e dovunque (con la parziale eccezione della Frisia), nelle mani di poche famiglie che lo gestivano per cooptazione[42]. Lo avevano ben percepito William Temple, ambasciatore inglese a L’Aia, che sosteneva nelle sue Observations (1673) che le Province Unite andavano considerate senz’altro un’oligarchia, e potevano apparire una democrazia solo agli occhi “di chi si contenta di osservazioni superficiali”[43], e l’anonimo autore del volume dedicato alle Province Unite nell’assai diffusa opera Lo stato presente di tutti i paesi, e popoli del mondo, naturale, politico e morale[44]. Anche Mirabeau, nella orazione Aux bataves, sur le stathouderat (1788),  lamentò la mancanza di un intervento popolare sulla scelta delle magistrature, pur accettando che “c’est au gouvernement aristocratique que les Provinces-Unies durent cet esprit de fuite, cet ordre intérieur, cette force permanente qui, depuis la révolution, assura leur tranquillité au milieu des plus violens orages”[45].

         Nello stesso anno gli autori del Federalist pongono una ulteriore specificazione, affermando nel già ricordato numero 20 che, a proposito delle province Unite, non si trattava di una semplice aristocrazia, ma piuttosto di una “confederazione di aristocrazie”, ponendo perciò l’accento sulla indipendenza di ciascun membro piuttosto che sulla forza del governo centrale. Già all’indomani della Tregua dei dodici anni (1609) l’aspetto confederale era sottolineato nella relazione dell’ambasciatore veneto Tomaso Contarini (la Serenissima fu il primo Stato a riconoscere ufficialmente le Province Unite), redatta nel 1610:

 

         Tale è la generalità del governo de’Signori Stati composta di sette provincie, alle quali si può dar nome non di una Republica sola, ma più tosto di sette Republiche congionte et unite insieme nella uniformità del governo per la lor sicurezza.  Poiché ogni provincia non solamente è formata di ogni città, ogn’una delle quali si governa da se, ma cadauna di esse provincie conserva la superiorità di se medesima, che veramente appartiene alla nobiltà et alli consegli di tutte le ville della provincia insieme[46].

 

Infine, vi era qualcuno che affermava che la forma di governo delle Province Unite era democratica. E’il caso ad esempio del diplomatico inglese Thomas Overbury, che era arrivato alla predetta conclusione in base ad un’interessante analisi sociale. E’l’assenza della “Gentrie”, della nobiltà di nascita, e il fatto che tutto il potere sia affidato “ai mercanti e ai commercianti”, che spinge Overbury a definire la Repubblica come una democrazia. E conclude con l’osservare che “il popolo ha sempre maggiori vantaggi in una repubblica (Free State), e la gentry in una monarchia”[47].

Ma perché i commentatori si trovarono così in difficoltà nella classificazione costituzionale di questa singolare nazione? Per rispondere alla domanda occorre procedere all’esplorazione delle funzioni e dei rapporti reciproci fra le varie istituzioni federali e provinciali della Repubblica[48].

 

 

4. Le istituzioni della Repubblica nella teoria costituzionale: il governo dell’Unione

 

L’organo principale del governo dell’Unione era l’assemblea degli Stati Generali, cui spettava, secondo Merula, il “governo della nave dello Stato”[49]. C’era chi la paragonava al Parlamento inglese, attribuendogli fin troppo potere[50], e chi invece l’avvicinava alla Dieta Imperiale, attribuendogliene troppo poco[51].

Gli Stati Generali si riunivano a L’Aia[52] ed erano composti dai delegati scelti dagli “ordini” delle sette province, provenienti dal patriziato urbano – i cosiddetti “reggenti” - e dalla nobiltà, e restavano in carica per periodi diversi a seconda del luogo dove erano stati eletti[53]. William Temple afferma che nessun uomo d’arme, ivi compreso lo stadhouder, poteva partecipare alle riunioni degli Stati Generali[54]. In realtà, egli poteva sì essere presente[55] – Guglielmo il Taciturno presenziò spesso agli Stati – ma non aveva diritto di voto.

Ciascuna provincia poteva mandare agli Stati Generali un qualsivoglia numero di deputati, a seconda dell’importanza della sessione, ma possedeva in ogni caso un solo voto all’interno dell’assemblea[56]. Dunque nominalmente l’Olanda, che da sola sosteneva più della metà delle spese dell’Unione, in seno agli Stati Generali contava allo stesso modo della modesta provincia dell’Overijssel. Ma  nella realtà le cose non stavano così, poiché nella fase di voto il parere dei deputati olandesi era tenuto in massima considerazione dalle altre province, dal momento che ben poche cose avrebbero potuto essere materialmente realizzate senza l’assenso dell’Olanda[57]. A ciò si deve aggiungere che il principale esponente degli Stati provinciali olandesi, il Raadpensionaris, possedeva di solito anche un ruolo centrale di coordinamento all’interno degli Stati Generali[58]. Per quanto sia sostanzialmente corretta l’intuizione dell’ambasciatore veneto Contarini, secondo cui “dal valore et dal consiglio della provincia d’Hollanda dipenda quasi tutte le deliberationi”, tuttavia in alcuni casi il veto olandese non impedì l’esecuzione di taluni provvedimenti anche clamorosi, come l’intervento armato nelle più importanti città di quella provincia da parte dello stadhouder Maurits d’Orange nel 1618, che si conculse con il processo e la condanna di Grozio al carcere, e di Johan van Oldenbarnevelt alla pena capitale.

Le principali funzioni degli Stati Generali, nell’elenco che ne fa il Bentivoglio, riguardavano la difesa (la guerra e la pace), la politica estera (le relazioni con gli ambasciatori, le alleanze militari, i trattati commerciali), e le entrate fiscali dell’Unione[59]; inoltre, ad essi spettava l’amministrazione delle “terre della Generalità”[60], ed erano in ogni caso convocati ogniqualvolta si rendeva necessario adottare un provvedimento che, in base al testo dell’Unione di Utrecht o anche seguendo una “percezione comune”, avrebbe richiesto l’assenso di tutte le province. Nel suo Commentariolus de statu confoederatarum provinciarum Belgii (1649)[61], scritto con chiari intenti propagandistici un anno dopo la conclusione della pace di Münster con la Spagna, Marcus Zuerius Boxhornius (Boxhorn), professore all’università di Leida ed eminente storico e politico olandese[62], sottolineò con forza che gli Stati avevano diritto a deliberare solamente dove espressamente richiesto dall’Unione di Utrecht, mentre in tutto il resto le singole province – e lui si riferiva soprattutto all’Olanda – rimanevano interamente sovrane e indipendenti[63]. Boxhorn è perciò uno dei protagonisti del veemente dibattito intorno alla questione della sovranità federale o provinciale che animerà i Paesi Bassi nel periodo 1648-1654.

Una materia controversa era la gestione delle entrate fiscali. In base al quinto articolo dell’Unione di Utrecht si sarebbero dovute creare delle imposte comuni e generali, da destinare al governo centrale. La cosa però non venne mai realizzata, e si rimase sul vecchio sistema delle quote proporzionali per ciascuna provincia[64]. La ragione, come si osserva nel Federalist, era la netta sproporzione di ricchezza fra le province costiere, che potevano contare sui traffici marittimi, e quelle dell’entroterra, che non avevano grandi risorse sulle quali fare affidamento[65]. Inoltre, l’idea stessa di tasse “permanenti” e “generali” evocava nella mente degli uomini di governo della Repubblica l’antico spettro dell’ imposta del “decimo penny” istituita dal duca d’Alba[66]. Indubbiamente, il fatto che non esisteva una unione monetaria contribuiva ad indebolire lo “spirito federalista” dell’Unione, come si evince chiaramente dal De republica emendanda di Grozio, dove si legge una dura lamentela sulla mancanza di meccanismi istituzionali capaci di alimentare la concordia e l’unità delle sette province, e si propongono una serie di riforme in tal senso[67].

I deputati agli Stati Generali rappresentavano gli interessi dei corpi provinciali da cui erano stati eletti, concretamente espressi nelle loro istruzioni, e agivano all’interno dell’assemblea con uno stretto vincolo di mandato. Infatti, ogni decisione presa in seno agli Stati doveva essere confermata dai governi provinciali, per cui era necessario che i delegati tornassero nelle loro terre di origine a riferire i risultati delle riunioni ed ottenere la conferma delle decisone prese. Tale pratica era conosciuta con il nome di ruggespraak (riferire indietro), e diede origine alla diffusa reputazione di lentezza e confusione del processo decisionale della Repubblica[68]. Eppure, quando si trattava di essere veloci, i fatti dimostrano che l’assemblea degli Stati Generali sapeva come comportarsi. A tal proposito Temple racconta con una punta d’orgoglio di essere riuscito nel gennaio 1668, al tempo in cui era ambasciatore inglese a l’Aia, a far concludere rapidamente agli Stati Generali un’alleanza difensiva con Londra scavalcando il rispetto delle forme burocratiche tradizionali[69].

Seguendo la lettera dell’Unione, le decisioni in seno agli Stati dovevano essere prese all’unanimità delle province, ma questo principio fu a tal punto violato che anzi si può concordare con J. Israel  nel dire che ben presto fu la regola delle votazioni a maggioranza che divenne usuale, e l’unanimità eccezionale (fra le poche deliberazioni che ottennero il consenso unanime degli Stati Generali vi fu l’approvazione della spedizione militare di Guglielmo III d’Orange in Inghilterra nel 1688)[70]. Fu proprio la completa mancanza di regole chiaramente definite, la continua possibilità di ridefinizione del processo decisionale e, in ultima analisi, la scissione fra teoria e prassi che permeava ogni aspetto della vita istituzionale delle Province Unite a scatenare le critiche più dure degli ideatori del Federalist, che commentarono in questo modo la costituzione olandese:

 

Una costituzione debole porta, necessariamente, all’anarchia, per mancanza di poteri adeguati, o all’usurpazione dei poteri necessari a garantire la salvezza generale. E dipenderà solo dalla situazione contingente che tale usurpazione si fermi al punto giusto, o degeneri invece in estremi pericolosi. La tirannide è nata più spesso per la necessità di assumere, in determinati momenti d’emergenza, dei poteri non previsti da una costituzione difettosa, anziché per il pieno esercizio dei poteri costituzionalmente più estesi[71].

 

         Certamente, sul giudizio di questi autori pesa da un lato la volontà – quasi la necessità – di criticare ogni esperimento federale precedente a quello delineato nel Federalist, allo scopo di far apparire “unica” e “migliore” la loro proposta, dall’altro gioca l’effettiva realtà politica e sociale delle Province Unite della fine del XVIII secolo, che si manifestava in tutta la sua decadenza[72].

Ma nei primi anni di vita della Repubblica quella che il Federalist chiama “costituzione debole” non era a tutti visibile. Anzi, molto più spesso si sottolineava invece l’armonia fra le istituzioni, e la certezza e regolarità nella fase decisionale del sistema assembleare, dovuta a quell’elemento così presente nel corpo politico dei Paesi Bassi, che Temple chiama il “potere della ragione”[73]. Bentivoglio propone poi una visione organicistica del governo dell’Unione, per cui “Le Città, & i Nobili sono a guisa di muscoli, che formano il membro di ciascuna Provincia; e le Provincie a guisa di membri, che formano il corpo di tutta l’Unione”, e tutte unitamente “cospirano insieme le Provincie Unite ne’ communi interessi, che passano fra di loro”[74]. Overbury sottolinea invece che la ragione ultima dell’ordine razionale del governo olandese deve essere ricercata nell’intima connessione fra interessi comuni e interessi privati, e nel fatto che ogni fazione o istanza particolaristica ha un suo concreto interesse nello Stato. Tutti sanno che la discordia porta inerzia, e dalla inerzia non verrà mai niente di buono: per questo essi temono gli impacci burocratici e la confusione come massimi nemici dei loro tornaconti. Ma questa dinamica degli interessi, continua Overbury, porta un ulteriore effetto sociale benefico, vale a dire un arricchimento medio elevato per tutta la popolazione, per cui non si avranno grandi sproporzioni fra ricchi e poveri, non trovandosi né patrimoni eccessivi, né estreme miserie:

 

         Their care in Government is very exact and particular, by reason that every one hath an immediate interest in the State: Such is the equalitie of Justice, that it renders every man satisfied: Such the publick Regularity, as a man may see, their Laws were made to guide, not to entrap: Such their exactnesse in casting the expence of an Armie, as that it shall be equally far from Superfluitie and Want; and as much order and certainty in their Acts of War, as in ours of Peace, teaching it to be both Civill, and Rich: And they still retaine that signe of a Common-wealth uncorrupted, PRIVATE POVERTY, and PUBLICK WEALE: For no one private man there is exceeding rich, and few very poor, and no State more sumptuous in all Publick things[75].

 

Il Consiglio di Stato (Raad van State), in parte erede dell’antico consiglio regio, era l’istituzione del governo centrale titolare della funzione esecutiva. Esso aveva assunto una posizione rilevante dopo la conclusione del trattato di Nonsuch con l’Inghilterra (1585), e la mantenne durante il breve mandato del conte di Leicester come governatore (1585-1587). Nel 1588, a seguito della rottura con il favorito della regina Elisabetta, gli Stati Generali – sotto l’influenza di Oladenbarnevelt e dell’oligarchia olandese – ridussero notevolmente il potere del Consiglio, che divenne un semplice organo amministrativo sotto lo stretto controllo degli Stati Generali[76]. Le sue prerogative in effetti non erano di scarsa importanza. Composto di un numero fisso di delegati provinciali, il Raad van State era in sessione permanente, e votava per testa e non per ordine o provincia. Al contrario di quanto accadeva negli Stati Generali,  lo stadhouder ne era parte integrante, così come uno o due cittadini inglesi, di solito il comandante della guarnigione di Sua Maestà nei Paesi Bassi e l’ambasciatore londinese a L’Aia[77]. La presenza inglese rimase sempre sospetta e durò fino al 1627[78]; come fa giustamente notare J.L. Price, fu poi una delle cause per cui il Consiglio di Stato non ottenne mai quel ruolo strategico che avrebbe potuto raggiungere in altre circostanze[79].

Il Consiglio di Stato aveva discrete responsabilità in materia di amministrazione militare e finanziaria. Ad esempio calcolava il budget annuale per le milizie (staat van oorlog), e governava per conto degli Stati Generali le cosiddette “terre della Generalità”, quei possedimenti meridionali strappati all’ultimo momento agli spagnoli che non costituivano parte integrante di nessuna provincia[80]. Inoltre, costituiva una continua fonte di uomini pronti ad essere utilizzati nelle varie commissioni straordinarie che si rendevano di volta in volta necessarie, e veniva ascoltato “come un Senato”, scrisse Bentivoglio, nelle questioni più gravi concernenti l’Unione[81].

L’ambasciatore veneto Contarini fa notare che il Consiglio di Stato, a differenza degli Stati Generali, non aveva bisogno di riferire a nessuno le sue deliberazioni. Esso rappresentava in tutto e per tutto gli interessi dell’Unione, e non quelli delle singole province[82], un aspetto che sarà sottolineato ancora da Boxhorn[83].

Appare comunque evidente che il Raad van State, anche in relazione alle sue funzioni di “ordinaria amminstrazione”, era un organo che prendeva decisioni assai più rapide rispetto a quelle degli Stati, e, almeno in teoria, seguendo il più possibile l’utilità comune; difatti, è proprio in questa istituzione che Grozio riporrà tutte le sue speranze di riformare l’ordinamento costituzionale della Repubblica. Nel De republica emendanda egli aveva esposto il problema della disunione dello Stato, e della sua corruzione, vale a dire dell’anteporre l’interesse di categoria o di provincia a quello dell’intera comunità[84]. Si trattava dunque di rendere più forti gli organi del governo “federale” a discapito di quelli locali. L’umanista vedeva nel Consiglio di Stato l’assemblea più adatta a riportare la concordia e il bene comune, a condizione però che venisse dotato dei poteri necessari a tale scopo. La riforma proposta da Grozio prevede un Consiglio di Stato sul modello dell’antico Sinedrio ebraico, presieduto dallo stadhouder e composto di uomini con alte qualità morali e religiose (viros religiosissimos et in ecclesia quoque regenda exercitatos), che si troverebbe a decidere sulle materie tradizionalmente affidate agli Stati Generali (guerre, paci, alleanze), senza dover ottenere l’assenso dei governi provinciali, ma avendo l’accortezza di consultare, nei casi più gravi, gli Stati stessi. Al Consiglio viene chiesto inoltre di agire come corte di arbitrato sulle controversie tra province, e di subentrare allo stadhouder nella prerogativa di concedere la grazia ai condannati[85].

Quella suggerita da Grozio è perciò una profonda riforma che, dotando il Raad van State di ampi poteri, ne fa il vero centro del governo federale. Ma ben pochi – o forse nessuno - udirono questo messaggio: il De republica emendanda non venne mai dato alle stampe, e giacque nella Biblioteca Nazionale di Vienna fino al 1964.

 

 

5. Gli Orange e la carica di stadhouder

 

          In termini di teoria costituzionale convenzionale, la più grande anomalia della Repubblica era, agli occhi dei contemporanei così come dei curiosi d’oggi, la figura del luogotenente-generale, lo stadhouder[86]. Creata ai tempi degli Asburgo come rappresentante del sovrano nelle singole province, a partire da Guglielmo I d’Orange, il “padre della patria”[87], tale carica fu inestricabilmente connessa con la lotta di liberazione dal giogo spagnolo[88].

Nonostante lo stadhouder fosse un dipendente delle singole province (ve ne poteva essere in teoria uno per ciascuna di esse), nella realtà i membri della famiglia d’Orange furono contemporaneamente governatori della maggior parte delle sette regioni dell’Unione, e divennero i principali antagonisti dell’Olanda nella lotta per la supremazia politica della Repubblica. Lo scontro fra il “partito del Principe” (prinsgezinden) e il “partito degli Stati” (staatsgezinden) è stato per lungo tempo la chiave di volta della storiografia politico-sociale dei Paesi Bassi del Seicento[89], anche se è ormai chiaro che le due fazioni non devono essere considerate come blocchi monolitici, ma furono anzi attraversate da fratture e ricongiungimenti trasversali[90].

Pur possedendo specifiche e importanti funzioni, per capire esattamente il potere dei principi d’Orange bisogna tener presente che questo si fondava essenzialmente su fattori irrazionali, sul favore popolare, sul carisma personale, sulle vittorie militari, sullo stile di vita quasi regale e sugli importanti legami dinastici della famiglia. Era nello stadhouder, e non negli Stati generali, che “l’uomo comune” dei Paesi Bassi riconosceva l’unità e il prestigio dello Stato[91]. Come afferma Price, un’assemblea non può arringare la folla montando un cavallo da guerra e brandendo un’arma ingioiellata[92].

Era appunto questo legame diretto con il popolo, che vedeva negli Orange i difensori della patria e della religione riformata, a rendere Guglielmo I, Maurizio, Federico Enrico, Guglielmo II e Guglielmo III così celebri, e a permettergli di vestire di legittimità anche gli atti che più o meno segretamente nascondevano interessi tutt’altro che tendenti al “bene comune”. Già, perché lo stile di vita “quasi monarchico” assunto da alcuni di questi personaggi[93] si riflesse anche sui rapporti con le altre istituzioni della Repubblica, e specie con gli Stati provinciali olandesi rappresentati dal loro leader naturale, il “Gran Pensionario”. Lo scontro fra prinsgezinden e staatsgezinden fu dunque uno scontro fra interessi contrapposti, essenzialmente riguardo a questioni militari e di politica estera.

Lo stadhouder era infatti il comandante supremo delle forze di terra e di mare, sebbene le funzioni di luogotenente-generale, capitano-generale e ammiraglio-generale fossero teoricamente distinte; era responsabile della difesa e dell’ordine pubblico nei territori di sua competenza, poteva spostare di città in città le guarnigioni, e controllava una buona quantità di nomine ai più alti gradi della burocrazia – il che voleva dire controllare in parte l’ “indirizzo politico” dei governi locali. Era comunque il più alto nobile della Repubblica, e il fatto che gli Orange fossero principi di sangue reale non era senza importanza nell’Europa dell’Antico Regime[94]. Difatti, tutti i “potenti” che facevano visita nelle Province Unite si prendevano cura di essere ospitati dalla celebre casata o almeno di incontrare Guglielmo il Taciturno e i suoi discendenti[95]. Allo stesso modo, gli Orange tenevano i rapporti con le maggiori nazioni europee, e si può dire che avessero una loro propria politica estera, che poteva essere in disaccordo con quella degli Stati Generali. Anche la cultura rientrava nelle competenze dello stadhouder. A Gugliemo il Taciturno si deve la fondazione dell’università di Leida, e da allora il governatore provinciale rimase il patrono delle accademie del sapere, vigilando sulla scelta dei rettori e sulle modifiche degli statuti universitari. Infine, vi era il contestatissimo diritto di arbitrato nelle controversie fra province[96].

Lo statolderato non era in origine una carica ereditaria, ma lo divenne progressivamente soprattutto grazie alle manovre politiche di Federico Enrico, che riuscì anche ad isolare gli interessi dell’Olanda attraverso i secrete besognes, comitati esecutivi degli Stati Generali composti da esponenti filo-orangisti o anti-olandesi (le due fazioni erano animate spesso, ma non sempre, dai medesimi fini)[97].

Del potere di cui godeva lo stadhouder all’interno del Consiglio di Stato si è già detto.

 

 

6. Gli Stati della provincia d’Olanda

 

         Cominciamo col dire che l’Olanda in un certo senso era la Repubblica[98]; se non altro in senso finanziario, dato che per tutto il Seicento pagò da sola più di tutto quello che le altre sei pagavano sommate assieme (fra il 56% e il 64% delle entrate totali dell’Unione)[99]. Era la provincia di gran lunga più popolosa, e annoverava al suo interno la città-motore dei traffici dello Stato, cioè Amsterdam[100]. In Olanda si riuniva il governo centrale, e il Gran Pensionario olandese vi giocava un ruolo primario E’ per tutte queste ragioni che si può comprendere perché la maggior parte degli storici e dei cronachisti del tempo ritenesse sufficiente descrivere le istituzioni olandesi senza addentrarsi troppo in quelle delle altre province[101]: era l’Olanda, e solo l’Olanda, il vero antagonista degli Orange.

         Nessuna istituzione più degli Stati provinciali olandesi era percepita come “sovrana”, in quanto “libera”, fin da tempi antichissimi. Il “mito batavo” aveva rivelato infatti che dalla rivolta di Claudio Civile fino al Medioevo, e alla sollevazione contro la Spagna, l’Olanda non aveva mai conosciuto dominatori “assoluti”[102]. Né i Romani, né i Conti medievali, né la casata di Borgogna, né gli Asburgo riuscirono mai a piegare l’indomito e libero popolo di quella regione, che era rappresentato in tutto e per tutto proprio nell’assemblea degli Stati d’Olanda, con i quali i vari signorotti, re e Imperatori dovettero sempre scendere a patti ben precisi, i cosiddetti “contratti di dominazione”[103].

         Altrettanto forte era il preteso legame che univa la lotta di liberazione del popolo ebraico contro la schiavitù dei faraoni con la rivolta dei Paesi Bassi. Da questo “mito israelitico” derivava il paragone tra l’assetto costituzionale federale delle dodici tribù del popolo di Mosè e quello della Repubblica delle Province Unite. L’opera di riferimento di questo “mito israelitico”, il De Republica Hebraeorum (1617) di Petrus Cuneus[104], è dedicato proprio agli Stati d’Olanda, “padri della patria”, limpido esempio di concordia fra uomini ispirati da Dio[105].

         Si trattava certo di un “mito” dal sapore ideologico, ma che, come tutti i miti, voleva riflettere una situazione di effettiva supremazia olandese. La sovranità degli Stati d’Olanda venne difesa per la prima volta chiaramente nel 1587, allorché François Vranck, pensionario di Gouda, venne incaricato di scrivere la “Breve Esposizione” dei diritti dell’Olanda (Corte Verthoninge)[106], una replica all’accusa mossa da Thomas Wilkes, consigliere del Conte di Leicester, che aveva incolpato gli Stati di non aver voluto concedere all’inglese il potere che gli era stato promesso, tradendo il desiderio popolare che essi pretendevano, mentendo, di rappresentare[107]. Ma è con il De antiquitate di Grozio (1610) che la teoria della sovranità degli Stati olandesi assumerà la forma più chiara e influente[108].

         Gli Stati d’Olanda si riunivano ordinariamente quattro volte l’anno[109], ed erano composti di diciannove membri: i nobili (ridderschap), che avevano un solo voto, e i rappresentanti delle diciotto – in origine sei  - “città votanti”. La decisione di aumentare il numero delle città con diritto di voto contribuì ovviamente ad indebolire la posizione dei nobili e, secondo Bentivoglio, venne presa da Guglielmo d’Orange proprio con questo scopo, oltre a quello di estendere il consenso alla sua politica militare antispagnola[110]. Alla lettera, perciò, una piccola città contava allo stesso modo di Amsterdam (cioè con un solo voto), cosa che aveva suscitato la moderata critica di William Temple[111].  Anche in quest’assemblea provinciale, così come in quella Generale, il clero nonera rappresentato. Il meccanismo decisionale, inclusa la pratica del “riferire indietro”, funzionava nel modo già descritto per gli Stati Generali, forse un po’ più speditamente, date le inferiori distanze da percorrere fra città e città[112]. Anche nel caso dell’assemblea provinciale olandese troviamo ampi elogi delle discussioni pacate e ragionevoli che vi avevano luogo, e della unità di intenti. Scrive il Bentivoglio:

 

         Radunati che sono, si trattano, e si risolvono le cose poste in consulta; & allora di tante città se ne forma come una sola; & non sono allora più membra divise, ma corpo unito; e lo stringe insieme, & unisce il commun’vincolo d’un solo, e concorde fine; al quale facilmente sogliono essere tirate dalla publica utilità, e dall’imperio della ragione[113].

 

         Inutile dire che il quadro risultava spesso più cupo di quanto il porporato volesse far apparire. Vi era infatti un notevole contrasto fra le città più antiche e le “nuove arrivate”, e fra le città calviniste in senso ortodosso e quelle in cui l’oligarchia al potere favoriva una politica religiosa più moderata, e poi ancora, naturalmente, fra città orangiste e anti-orangiste[114].

         Il posto più influente all’interno degli Stati d’Olanda era quello del raadpensionaris. In teoria niente altro che un servitore degli Stati, il pensionario ne era in realtà il membro più influente. Quasi sempre era una carica vitalizia, anche se, di nuovo in teoria, avrebbe dovuto essere rinnovata ogni tre anni. Al pensionario spettava la composizione dell’ordine del giorno (e quindi la delicata funzione di decidere cosa era più o meno importante in un dato momento storico), e la “conclusione”, una specie di discorso preparatorio per la stesura delle risoluzioni finali. Egli era inoltre incaricato dell’esecuzione delle istruzioni degli Stati, e figurava tra i componenti di tutti i comitati creati dal governo provinciale[115].

         Anche per il raadpensionaris vale in parte quanto già detto per lo stadhouder, cioè che molto del suo potere risulta incomprensibile alla luce delle sole cariche istituzionali formalmente stabilite. Ad esempio, se ufficialmente la corrispondenza degli ambasciatori della Repubblica doveva essere sbrigata dal griffier degli Stati Generali, durante l’epoca di Oldenbarnevelt (1585-1619) e De Witt (1653-1672) essa venne data nelle mani del raadpensionaris, che era visto dalle potenze straniere più o meno come il “ministro degli esteri” delle Province Unite[116].

 

 

7. Il federalismo nel pensiero politico e nella pratica: il dibattito sulla sovranità e le crisi del 1618-1619 e 1648-1654

 

         Lo scontro fra il governo centrale delle Province Unite (gli Stati Generali e lo stadhouder), e il governo provinciale più importante, quello d’Olanda, ebbe varie fasi lungo il XVII secolo, ma due volte arrivò a un punto tale da far temere il collasso istituzionale della nuova Repubblica. La prima volta lo scontro oppose lo stadhouder Maurizio d’Orange al raadpensionaris Johan van Oldenbarnevelt[117], su questioni religiose e di ordine pubblico[118]. Nel secondo caso gli antagonisti furono da un lato Guglielmo II, figlio di Maurizio, e dall’altro gli Stati d’Olanda, dapprima nella loro totalità, e successivamente personificati nella figura del grande statista Johan de Witt, raadpensionaris dal 1653 al 1672. La questione era ora soprattutto legata alla politica militare e alla politica estera, che le era intimamente connessa[119].

         La prima crisi si risolse con una sconfitta della provincia olandese e una vittoria, per così dire, degli interessi dell’Unione e dello stadhouder: Oldenbarnevelt venne giustiziato e Grozio fu rinchiuso nel castello-prigione di Loevestein (1619)[120]. Nel secondo caso, invece, lo scontro fu vinto dagli interessi della provincia d’Olanda, che, dopo il fallito colpo di stato di Guglielmo II ad Amsterdam (1650), e la sua improvvisa morte, riuscì a far convocare una “Grande Assemblea” che decretò, dopo lunghe e animate discussioni, l’abolizione della carica di stadhouder e l’assunzione dei pieni poteri agli Stati Generali (Atto di Esclusione, 1654), in realtà manipolati in tutto e per tutto da de Witt ed i suoi seguaci[121].

         Sia durante la prima che durante la seconda crisi si ebbe un’esplosione di letteratura politica propagandistica[122], che ebbe come scopo principale la difesa, oppure la negazione, dell’idea della sovranità provinciale, cioè l’idea che l’Unione fosse solo un insieme di province completamente sovrane, nella quale ciascuna – leggi l’Olanda -  poteva prendere unilateralmente decisioni anche di politica militare e di politica estera senza ottenere l’assenso delle altre e dello stadhouder.

         Una celebre difesa della sovranità provinciale fu composta da Ugo Grozio nel 1622 in forma di giustificazione del comportamento suo e di quello della fazione “arminiana” in occasione degli eventi del 1618-1619. Si tratta dell’Apologeticus, che ebbe subito un’edizione latina e una olandese[123]. Lo scritto è dedicato proprio agli Stati d’Olanda, che hanno dovuto sopportare un’ingiusta “mutazione di governo”, violazione palese del loro status di assemblea sovrana[124]. La vera istituzione sovrana nella repubblica, sostiene Grozio paragonando i Paesi Bassi all’antica Roma, non sono gli Stati Generali, bensì quelli provinciali, così come Polibio aveva affermato che a Roma sovrano era il popolo e non il Senato[125]. Tale principio troverebbe riscontro, secondo l’umanista, proprio nel testo dell’Unione di Utrecht del 1579[126], che però, come si è visto, non utilizza mai il termine “sovrano” o “sovranità” nel senso inteso da Grozio. Egli si spinge fino al punto di criticare la figura di Guglielmo il Taciturno, il “padre della patria”, che avrebbe bramato ed infine ottenuto uno “ius quasi dictatorium”, stavolta sì infrangendo il sacro foedus del 1579[127]. Difendere la sovranità delle singole province, così conclude l’Apologeticon, non vuol dire distruggere l’Unione di Utrecht, ma anzi tutelarla nel suo più vero significato[128].

         Lo stesso tenore troviamo negli scritti filo-olandesi del periodo 1650-1654. Più chiara di tutte è la Deductie redatta da Johan de Witt nel 1654[129], immediatamente tradotta in latino, nella quale si rispondeva alle accuse mosse dalla Zelanda, che condannava fra le altre cose il riavvicinamento diplomatico fra l’Olanda e l’Inghilterra, come una violazione del divieto di stabilire accordi di politica estera senza l’assenso degli Stati Generali, e soprattutto l’Atto di Esclusione della casata d’Orange dallo statolderato, altra palese infrazione, agli occhi dei delegati zelandesi, dell’Unione di Utrecht, nel cui testo si faceva esplicito riferimento allo stadhouder, che era dunque una istituzione prevista dal trattato e non estinguibile senza decisione unanime[130].

         Ma de Witt fu inflessibile, e affermò una volta ancora che la summa potestas, cui questa volta viene aggiunto l’aggettivo – carico di significato – di absoluta, appartiene nei Paesi Bassi solo ed esclusivamente alle singole province, e questo proprio in base all’Unione di Utrecht[131]. Ma aggiunse anche un importante corollario: che una carica militare ereditaria come quella dello stadhouder era incompatibile con uno Stato repubblicano fondato sulla “vera libertà”.

         Con l’epoca di Johan de Witt terminò una prima fase dello scontro fra interessi provinciali e governo centrale. L’Olanda sarebbe stata per un ventennio il motore della politica delle Province Unite, e le tensioni sociali sarebbero rimaste sopite senza mai morire, per poi risvegliarsi nel 1672, allorquando l’improvvisa invasione anglo-francese avrebbe messo in ginocchio la Repubblica[132]. Il popolo interpreterà l’evento come il fallimento della politica estera di de Witt, che venne preso e linciato dalla folla mentre per le strade a L’Aia si osannava il nome di Gugliemo III, principe d’Orange[133].

Alberto Clerici

Dottore di Ricerca in Storia delle dottrine politiche

Università “La Sapienza” di Roma


 

[1] C. Malandrino, Federalismo. Storia, idee, modelli, Roma 1998, p. 12. Per una lettura critica della più recente bibliografia sul federalismo cfr. M. Fioravanti, Federalismo: considerazioni storico-giuridiche, “Giornale di storia contemporanea”, VI (2002), pp. 145-174. Fra i lavori più recenti in lingua italiana T. Groppi, Il Federalismo, Roma-Bari 2004.

[2] J. Luther, Federalismo, in Dizionario delle istituzioni e dei diritti del cittadino, a cura di Luciano Violante, Roma 1996, p. 119.

[3] D.J. Elazar, Exploring Federalism, Tuscaloosa 1987 (trad. it. Idee e forme del federalismo, Milano 1998 [1995], p. 28).

[4] E. Sartor, Federalismo, in Enciclopedia del pensiero politico. Autori, concetti, dottrine, diretta da Roberto Esposito e Carlo Galli, Roma-Bari, 2000, pp. 233-235, p. 233. “bisogna attendere il XIX secolo e l’influsso dell’esperienza statunitense perché federalismo acquisti un significato prossimo a quello odierno”L. Levi, Il pensiero federalista, Roma-Bari 2002, p. V: “La prima affermazione storica del federalismo risale alla Convenzione di Filadelfia che, nel 1787, redasse la Costituzione degli Stati Uniti d’America”; S. Ventura, Il federalismo, Bologna 2002.

[5] Per una classica analisi di taglio giuspubblicistico-costituzionalistico della federazione cfr. C. Schmitt, Verfassungslehre, Berlin 1928 (trad. it. Dottrina della costituzione, a cura di A. Caracciolo, Milano 1984, pp. 473-511).

[6] Il termine “federale”, com’è noto, deriva dal latino foedus, patto, da cui provengono i sostantivi foederatio e confoederatio. La federazione prevede la creazione di un governo centrale, “federale” appunto, al quale i componenti cedono alcune prerogative della sovranità, come ad esempio la difesa, la politica estera e le finanze. Nella confederazione le singole parti si trovano invece in un rapporto di parità giuridica, rimanendo ciascuna sovrana nel proprio territorio. La federazione è generalmente un accordo di diritto interno, mentre la confederazione appare maggiormente legata alla fattispecie dei trattati internazionali. Lucio Levi spiega così la differenza qualitativa esistente tra confederazione e federazione: “Nella prima l’organizzazione comune è subordinata agli Stati che ne fanno parte e non ha poteri capaci di dominare le diverse e divergenti ragion di Stato, perché solo gli Stati membri hanno un potere diretto nei confronti degli individui. La seconda è uno Stato, dotato di un potere limitato, che si esercita però sugl’individui e che gli individui concorrono a formare secondo procedure democratiche” (L. Levi, La federazione: costituzionalismo e democrazia oltre i confini nazionali, in A. Hamilton, J. Jay, J. Madison, Il Federalista, Bologna 1997 [1980], p. 69).  Come nota Marco Fioravanti, il concetto di confederazione “in un certo senso viene cronologicamente prima della federazione, è un’istituzione molto più antica della federazione”. Cfr. M. Fioravanti, Federalismo, cit., p. 146.

[7] D.J. Elazar, Idee e forme del federalismo, cit., pp. XXVI: “Fino ad oggi nella storia dell’umanità si possono individuare tre esperienze federali di enorme importanza. La federazione tribale israelitica descritta nella Bibbia è stata la prima di esse. Più di tremila anni fa formulò il principio sul quale si fonda il federalismo, trasformando il trattato di vassallaggio tra ineguali in un patto tra partner paritetici (in condizioni di uguaglianza almeno per quanto riguarda gli scopi del patto): questo portò alla costituzione di una comunità politica di tribù che conservavano le proprie libertà all’interno di una Costituzione e di un diritto comuni. Anche se alla fine alcuni fattori esterni causarono la dissoluzione della federazione di tribù, il popolo ebraico resta il primo popolo federale e continua ancora oggi a impiegare, nella propria organizzazione interna, principi federali”.

[8] L.C. Boralevi, La “Respublica Hebraeorum” nella tradizione olandese, in Politeia Biblica, a cura di Lea Campos Boralevi e Diego Quaglioni, numero speciale de “Il Pensiero Politico”, XXXV, n. 3 (2002), pp. 431-463.

[9] J.L. Luck, A History of Switzerland, Palo Alto 2001. Una fonte assai interessante sulla struttura federale elvetica è rappresentata da un anonimo manoscritto conservato alla Biblioteca Angelica di Roma con il titolo Discorso della Terra de’Svizzeri, composto fra la fine del Cinquecento e i primi decenni del Seicento. Si tratta di una relazione diplomatica che riporta i testi delle diverse leghe cantonali e gli accordi della Confederazione con le potenze confinanti.

[10] Sulla storia delle Province Unite l’opera di riferimento è J. Israel, The Dutch Republic. Its Raise, Greatness and Fall 1477-1806, Oxford 1995.

[11] Cfr. il classico studio di J. Huizinga, Nederland’s beschaving in de zeventiende eeuw, Haarlem 1941 (trad. it. di P. B. Marzolla, La civiltà olandese del Seicento, Torino 1967), e l’affascinante quanto controverso libro di S. Schama, The Embarrassment of Riches. An interpretation of Dutch Culture in the Golden Age, London 1987.

[12] Secondo i calcoli di C. Tilly gli olandesi, “fra i belligeranti più attivi del mondo”, furono in guerra nel XVII secolo almeno quattro anni su cinque. Cfr. C. Tlly, European Revolutions 1492-1992, Oxford 1993 (trad. it. di G. Mainardi, Le rivoluzioni europee 1492-1992, Bari 1999 [1993]), pp. 99-100.

[13] Il migliore studio delle lotte politiche, istituzionali e sociali delle Province Unite, del quale siamo largamente debitori, è quello di J.L. Price, Holland and the Dutch Republic in the Seventeenth Century, Oxford 1994; Cfr. anche il suo più recente lavoro J.L.Price, Dutch Society 1588-1713, London 2000.

[14] M. d’Addio, Comunità e Stato in Althusius, “Studi parlamentari e di politica costituzionale”, XXXIII, n. 130 (2000), pp. 45-74, p. 46: “l’Althusius si propose di svolgere una analisi del fondamento e dell’organizzazione dello Stato-comunità per precisare i principi che avevano legittimato la rivolta dell’Olanda”. Che la costruzione althusiana dello Stato si possa definire certamente federale è affermato da G. Duso, Il governo e l’ordine delle consociazioni: la “Politica” di Althusius, in Il potere. Per la storia della filosofia politica moderna, a cura di G. Duso, Roma 1999, pp. 77-94, p. 91: “Questa concezione pluralistica per mette di parlare di federalismo in relazione al pensiero di Althusius, nel senso in cui il patto implica pluralità di soggetti diversi e instaura una comunità di membri che sono continuamente, sotto una guida, alla ricerca delle ragioni della loro unificazione e del loro accordo”.

[15] H. Kampinga, De opvattingen over onze  oudere vaderlandsche geschiedenis bij de Hollandsche historici der XVIe en XVIIe eeuw, Utrecht 1980 [1917]; I. Schöffer, The Batavian Myth during the sixteenth and seventeenth century, “Britain and the Netherlands”, V (1975), pp. 78-101; V. Conti, Consociatio civitatum. Le repubbliche nei testi elzeviriani (1625-1649), Firenze 1997; C. Tommasi, Una repubblica d’antica libertà. Sugli scritti storico-giuridici di Ugo Grozio, “Il Pensiero Politico”, XXXVI, 1(2003), pp. 26-47.

[16] Pubblicato per la prima volta da F. de Michelis, Le origini storiche e culturali del pensiero di Ugo Grozio, Firenze 1967, e successivamente nel numero speciale di “Grotiana”, V (1984), a cura di A. Eyffinger et alii. Citeremo da quest’ultima edizione.

[17] Kossmann, E.H. Popular Sovereignty at the Beginning of the Dutch Ancien Regime, in Id., Political Thought in the Dutch Republic. Three Studies, Amsterdam 2000, pp. 133-166; H.W. Blom, Morality and Causality in Politics. The Rise of Naturalism in Dutch Seventeenth-century Political Thought, Den Haag 1995, pp. 33-67; S. Visentin, La libertà necessaria. Teoria e pratica della democrazia in Spinoza, Pisa 2001, pp. 212-230.

[18] Utilizziamo questa categoria nella direzione data dagli studi di H.G. Koenigsberger, e specialmente dal suo Monarchies, States Generals and Parliaments. The Netherlands in the Fifteenth and Sixteenth Centuries, Cambridge 2001.

[19] Sull’Unione cfr. De Unie van Utrecht. Wording en werking van en verbond en een verbondsacte, a cura di S. Groenveld en H.L.Ph. Leeuwenberg, Den Haag 1979, che contiene il testo in olandese e vari contributi presentati in occasione dell’anniversario della firma del documento; Citeremo dalla traduzione francese di J.F. Le Petit, La Grande Chronique, ancienne et moderne, de Hollande, Zelande, Vvestfrise, Utrecht, Frise, Overyssel & Groeningen, jusques à la fin de l’An 1600. Tome second, A Dordrecht, de l’Impression de Guillaume Guillemot, 1601, pp. 372-376. L’Unione è stata studiata da J.C. Boogman, The Union of Utrecht: its Genesis and Consequences, in id., Van spel en spelers, Den Haag 1982, pp. 52-82; A.Th. van Deursen, Between Unity and Independence: the application of the Union as a fundamental law, “The Low Countries History yearbook”, XIV, 1981, pp. 50-64; Cfr. inoltre H.G. Koenigsberger, Monarchies, States Generals and Parliaments, cit., pp. 292-297.

[20] Distinzione che, come afferma Elazar, fu escogitata dagli autori del Federalist: “Per collegare il principio federale a quello dello stato moderno, gli artefici e i promotori della Costituzione americana del 1787 dovettero effettuare un gioco di destrezza, per trasformare il termine «federale» com’era inteso all’epoca – indicante ciò che noi oggi chiameremmo una «confederazione», ossia il collegamento relativamente poco vincolante di comunità che conservano la propria sovranità nell’ambito di una lega permanente – in qualcos’altro, ossia in un sistema in cui il governo generale sarebbe stato considerato nazionale e avrebbe avuto altrettanto potere, o forse ancor di più, di quanto ne avevano le unità costitutive. Questa sorta di gioco di prestigio fu realizzato dal Federalist, che si impadronì del termine «federale» proprio al fine di descrivere tale sistema”. Cfr. D.J. Elazar, Idee e forme del federalismo, cit., p. 34.

[21] Un chiaro esempio di come gli autori della metà del Seicento utilizzassero indifferentemente i due termini di federazione e confederazione ci viene dal Commentariolus de statu confoederatarum provinciarum Belgii (1649) di Marcus Zuerius Boxhornius (Boxhorn), professore nell’ateneo di Leida. Se infatti nel titolo egli usa la parola confoederatio, già alla prima pagina si trova invece quella di foederatio: “Belgium septendecim ditionibus complexum, post ejuratum a nonnullis Hispanorum Imperium, in Hispanico & Foederatum hodie dividitur”. Cfr. M.Z. Boxhornius, Commentariolus de statu confoederatarum provinciarum Belgii, Hagae-Comitis, Apud Joannem Verhoeve, Anno 1649, p. 3.

[22] Aux Bataves, sur le stathouderat, par le Comte de Mirabeau, 1er avril 1788, in Chef-d’oeuvres politiques et littèrarires de la fin du dix-huitième siècle, Tome premier, A Paris, Chez Desauges, 1792, pp. 83-168.

[23] A.Th.van Deursen, The application of the Union, cit., p. 59.

[24] Furono i delegati della Zelanda ad avanzare questa obiezione. Cfr. J. Israel, The Dutch Republic, cit., p. 725.

[25] Infatti nel Groot Placaet-Boek (1658), la principale raccolta dei testi legislativi delle Province Unite, sia l’Unione di Utrecht che l’Atto di Abiura di Filippo II si trovano nella “prima parte” (eerste tytel), che raccoglie appunto le “leggi fondamentali” (fundamentele Wetten) dello Stato.

[26] J.F. Le Petit, La Grande Chronique, cit., p. 372.

[27] Sul rifiuto dell’orizzonte concettuale bodiniano è esemplare il dibattito che portò alla stipulazione del trattato di Plessis-les-Tours fra gli Stati Generali dei Paesi Bassi e il duca d’Anjou, fratello del re di Francia (1580), su cui cfr. il mio Plessis-Les-Tours (1580). Indagine su un “contratto di signoria”, “Giornale di Storia costituzionale”, n. 3 (2002), pp. 57-77.

[28] “Nuls accords ne traictez de trefues ny de paix, ne se pourront faire, ny guerres se susciter, nuls imposts se lever, nulle contributions se mettre sus, concernant la generalite de ceste union, que par l’advis & commun consentement de toutes lesdictes Provinces. Et en toutes autres choses touchant l’entretenement de ceste confederation, et de ce qui en deppend, on se reglera selon ce qui sera advisé & resolu par la pluralite des voix des Provinces comprinses en ceste union, lesquels seront receüillées comme on a fait iusques à present en la Generalite des Estats: & ce par provision, tant qu’autrement en soit ordonné, par la disposition commune des Confederez. Mais si esdits traictez de trefues, paix, guerre, ou contributions, lesdites provinces ne se scavent accorder par ensamble, ils pourront prendre tels adioncts, & assesseurs non partiaux que bon leur samblera: & seront les parties submises d’accomplir & entretenir ce que par lesdits Gouverneurs & Lieutenans aura esté en maniere que dessus determiné”.

[29] “Et s’il advenoit (que Dieu ne veüille) qu’entre lesdites Provinces il y survint quelque mal-entendu, question, ou division, en quoy elles ne savroyent accorder, qu’icelles, si avant que le faict touche un Province en particulier, seront appoinctées & vuydées par les autres Provinces, ou par celles que d’entre icelles, elles voudront dennomer. Mais s’il touche toutes les Provinces en general: cela se vuydera par les Gouverneurs & Lieutenans des Provinces, comme il est dict article 9e cy devant. Lesquels seront tenus de faire droit aux parties, ou de les accorder endedens un mois, ou en plus bref temps si le cas le requiert, apres en avoir este sommez & requis par l’une ou l’autre des parties. Et ce que par les autres Provinces, ou leurs Deputez, ou par lesdits Gouverneurs ou Lieutenans aura este dict & prononcé, sera suyvi et accompli, sans en ce se pouvoir prevalloir d’aucune provision de droict, soit d’appel, relief, revision, nullité ou autre pretensions, quelles qu’elles soyent”.

[30] H. Grotius De republica emendanda, in “Grotiana”, cit., pp. 112-114, § 55: “Credo ego multos parum scientes nostri status imaginari provinciarum quas unitas dicimus unam et veram esse rempublicam, sicut duodecim tribus una sunt respublica. Sed aliter se res habet: neque enim respublica est, sed fedus tantum et belli societas atque communio, certis capitibus comprehensa – quae nec ipsa satis observantur. Certissimum autem eius rei indicium est, quod penes eos qui federato corpori praesunt potestas non est leges provinciales ad usum communem reformandi; et si quid inter ipsas provincias controversi sit, nullum certum atque constitutum iudicium est”.  

[31] Sugli Orange cfr. H.H. Rowen, The Princes of Orange: The Stadholders in the Dutch Republic, Cambridge 1988. 

[32] G. Bentivoglio, Relatione delle Province Unite di Fiandra, in Relationi del cardinal Bentivoglio, in Brusselles, Appresso Giovanni de Meerbeecq, 1632, p. 128: “Troppo alterato resta il governo nell’autorità così grande, ch’in esso ritiene il Conte Mauritio; troppo nel peso di tante gravezze, e di tanti presidij; e troppo finalmente nella potenza d’alcune delle Provincie, che prevagliono, e quasi tengon le altre soggette. E di qui è, che non sia tale in effetto la concordia tra le Provincie Unite, quale vien giudicata apparentemente di fuori”.

[33] W.J. Bouwsma, The Waning of the Renaissance, 1550-1640, New Haven-London, 2000, pp. 215-258.

[34] H.W. Blom, Morality and Causality, cit.; S. Visentin, La libertà necessaria, cit.

[35] G. Cadoni, Machiavelli teorico dei conflitti sociali, “Storia e Politica”, 1978, pp. 197-220.

[36] A.Hamilton, J.Madison, J.Jay, Il Federalista, a cura di M. d’Addio e G. Negri, Bologna 1997 [1980], n.20, p. 252: “I Paesi Bassi sono una confederazione di repubbliche o, piuttosto, di aristocrazie di un tipo veramente particolare che, nondimeno, confermano quanto ci è stato insegnato da quelle che abbiamo già esaminato”.

[37] G. Bentivoglio, Relatione, cit., lettera dedicatoria, foll. 4r-4v: “Parevami cosa degna di particolare curiosità il saper l’origine, il progresso, e lo stato d’una Republica sì potente per terra, e per mare; fondata in un governo di forma sì diversa da tutte le altre; ch’a’ dì nostri è nata, e cresciuta in un subito; anzi con istupore, cresciuta quasi prima, che nata”.

[38] G. Bentivoglio, Relazione, cit., pp. 6, 10: “Prima che le Provincie Unite si sollevassero, e che si riducessero nello stato presente di Republiche libere, il loro governo era simile a quello, che si vede hora continovar tuttavia in queste altre Provincie, ch’ubbidiscono a gli Arciduchi. Era il governo di ciascuna composto di tre forme congiunte insieme; cioè, di Monarchia, d’Aristocratia, e di Democratia; ma temperato in maniera, che la parte più sublime consisteva nella persona del Prencipe; e la parte loro vi ritenevano ancora con moderata proportione gli Ottimati, e la moltitudine popolare […]. Da governo dunque, ch’era principalmente di Monarchia, le Provincie Unite sono passate a governo parte d’Aristocratia, e parte di Democratia; secondo che in alcune di loro prevale più l’una, che l’altra di queste due forme. Quasi in ciascuna Provincia son temperate insieme però ambedue. E si può dire, che vi risplenda tuttavia ancora qualche raggio di Monarchia, per le particolari prerogative, che dalle Provincie sono concedute ai Governatori”.

[39] G. Bentivoglio, Relazione, cit., pp. 25-26: “D’ogni separata Provincia ritengono la sovranità gli Stati particolari di ciascuna di loro; e dell’Unione intiera ritengono l’eminenza sovrana gli Stati generali di tutte insieme”.

[40] P. Merula, Pauli Marulae de statu Reip. Batavicae Diatriba, in Respublica Hollandiae, et Urbes, Lugduni Bata vorum, Ex Officina Ioannis Maire, 1630, pp. 141-162. La diatriba fu composta intorno al 1604 e pubblicata postuma a Leida nel 1618. Se ne conoscono inoltre due traduzioni olandesi, una del 1642 e l’altra del 1650.

[41] P. Merula, de statu Reip. Batavicae Diatriba, cit., p. 162: “Censeo Batavorum Remp. temperatam esse salutariter ex triplici genere laudabili, Regali, Optimate, Populari. primi quidem notas esse in summo exercituum nostrorum Ductore, cuius arbitrio & nutu ommnia post acceptum imperium militiae terra marique gubernantur. secundi signa esse in ipsis Ordinibus, qui de omnibus rebus agundis consilia ineunt, viasque iis bene feliciterque perficiundis cum cura diligentiaque sternunt. tertii denique esse indicia in ipsis civitatibus; queis non preconsultis majora negotia insolens tractare, nefas pertractare”.

[42] Sul funzionamento di questo sistema oligarchico cfr. D.J. Roorda, The Ruling Classes in Holland in the Seventeenth Century, “Britain and the Netherlands”, II (1962), pp. 109-132.

[43] W. Temple, Observations upon the United Provinces of the Netherlands, London 1673, pp. 78-79: “So as ever since, when any one of their number dyes, a new one is chosen by the rest of the Senate, without any intervention of the other Burghers; Which makes the Government a sort of Oligarchy, and very different from a Popular Government, as it is generally esteemed by those who passing or living in these Countreys, content themselves with common Observations or Inquiries”.

[44] Lo stato presente di tutti i paesi, e popoli del mondo, naturale, politico e morale, Venezia 1742, vol. XI (Delle sette provincie unite dei Paesi Bassi, degli svizzeri, grigioni, e loro alleati), p. 210: “Dalle cose finora dette si scorge chiaramente, che il Governo delle Provincie-Unite non è almeno al presente, popolare o Democratico, come comunemente si crede, ma Aristocratico. Nelle città della Olanda il Potere Legislativo risiede in un Senato, composto da venti, o trenta Persone solamente, le quali continuano nel Posto tutta la loro v ita; e quando uno di essi muore, i rimanenti scelgono il successore, senzachè il Popolo abbia nessuna parte né nella scelta, né nella nomina”.

[45] Mirabeau considerava l’aristocrazia olandese come la migliore possibile, nel senso che essa si avvicinava alquanto alla democrazia, poiché le famiglie dei reggenti non erano nobili per diritto di nascita, né privilegiate in alcun modo, e dunque con la dovuta abilità chiunque avrebbe potuto aspirare a diventare aristocratico. Cfr. Aux Bataves, sur le stathouderat, cit., pp. 133-134: “Le peuple des Provinces-Unies étoit alors, comme de nos jours, privé du plus beau droit des nations libres, celui d’élire ses magistrats. Mais l’aristocratie à laquelle il s’étoit soumis, ne pouvoit ni le tyranniser, ni l’avilir. Les membres du conseil des villes s’étoient arrogé le droit de ne recruter leur corps qu’avec des sujets pris à leur gré dans les mêmes familles. Mais ces familles n’étoient point patriciennes. Il n’y avoit aucun citoyen qui ne pût aspirer aux charges, soit par ses talens soit par le crédit inséparable des richesses. Les chefs du gouvernement étoient astreints à toutes les loix qu’ils promulgoient, au paiement de toutes les taxes qu’ils imposoient. En usurpant par dégrés le droit de maintenir le repos & de soutenir la prosperité de la république, ils s’étoient liés les mains pour faire le mal. Une telle forme de gouvernement méritoiet l’estime & pouvoit se concilier l’affection de bon citoyens; parceque l’aristocratie la moins imparfaite est celle qui l’avoisine le plus la démocratie; & que la démocratie pour être raisonnable, doit se rapprocher de l’aristocratie par la répresentation”.

[46] Relazione dell’Ill.mo Sig.r Tomaso Contarini, ritornato amb.r dalli Signori Stati di Fiandra, fatta nell’Ecc.mo Senato a 24 di settembre 1610, in P.J. Blok, Relazioni veneziane. Venetiaansche berichten over de Vereenigde Nederlanden van 1600-1795, ‘s-Gravenhage 1909, p. 42.

[47] T. Overbury, Observations upon the Provinces United. And on the State of France, written by S.r Thomas Overbury, London1652, pp. 8-9: “To all which Assemblies, as well as of the Generall States, as the rest, the Gentrie is called for Order sake; but the State indeed is Democraticall, the Merchant and the Tradesman being predominant, the Gentry now but few, and poorand even at the beginning, the Prince of Orange saw it safer to relie upon the Towns than them: Neither are the Gentrie so much engaged in the Cause; the people having more Advantages in a Free State, they in a Monarchie”.

[48] La storia delle istituzioni dei Paesi Bassi nel Cinquecento e Seicento manca di nuove ricostruzioni soddisfacenti. Oltre ai lavori di Price, occorre riferirsi agli ottimi ma un po’datati studi di R.Fruin, Geschiedenis der staatsinstellingen in Nederland, a cura di H.T. Colenbrander, s-Gravenhage 1922 e S.J. Fockema Andreae, De Nederlandse Staat onder de Republiek, Amsterdam 1961.

[49] P. Merula, De statu Reip. Batavicae Diatriba, cit., p. 146: “Hi vulgata appellatione cum Generales, tum Foederatarum vel unitarum Provinciarum vocantur Ordines. Hi gubernaculo assidentes, navim prudentia summa regunt, in qua Provinciae, quas dixi, tranquilissime quasi vehuntur”.

[50] T. Overbury, Observations upon the United Provinces, cit., p. 7: “For the manner of their Government: They have, upon occasion, an Assembly of the Generall States, like our Parliament, being composed of those which are sent from every Province upon Summons; and what these enact stands for Law”. L’affermazione di Overbury non è esatta; come vedremo, infatti, prima di divenire legge, ogni delibera degli Stati Generali – almeno in teoria - doveva ottenere l’assenso delle Province e delle città.

[51] Lo stato presente, cit., p. 190: “Sinora si è descritto il Governo particolare delle Provincie, ora considereremo brevemente la costituzione degli Stati-Generali. Gli Stati-Generali adunque rappresentano le sette Provincie-Unite; ma essi non ne sono i Sovrani, come pensano la maggior parte dei Forestieri; e la loro Assemblea tiene qualche somiglianza colla Dieta di Ratisbona, la quale rappresenta tutto il Corpo Germanico. Benché sembri ch’eglino abbiano il potere Sovrano, non sono però che i Deputati o Plenipotenziarij di ciascuna Provincia, incaricati degli ordini degli Stati loro principali; né possono prendere alcuna risoluzione sopra verun affare importante, senza prima aver avuto il loro parere e ottenuto il loro assenso”.

[52] Il luogo fisico delle riunioni era situato nel Binnenhof, non a caso accanto al quartiere generale dello stadhouder e alla sala degli Stati d’Olanda.

[53] W. Temple, Observations upon the United Provinces of the Netherlands, cit., p. 97: “The Provinces differ likewise in the time fixed for their Deputation; some sending for a year, some for more, and others for life”. Le linee essenziali dei poteri degli Stati Generali sono descritte da J.L Price, Holland and the Dutch Republic, cit, pp. 211-220.

[54] W. Temple, Observations upon the United Provinces of the Netherlands, cit., p. 97: “Neither Stadtholder, or Governour, or any person in Military-charge, has Session in the States-General”.

[55] Come infatti si legge nel Federalista, cit., p. 253: “Nella sua qualità di Stadholder dell’Unione egli ha, tuttavia, considerevoli prerogative. Nella sua veste politica, egli è in grado di sedare le dispute tra le varie province, quando vengano meno gli altri mezzi; di assistere ai deliberati degli Stati Generali ed alle loro riunioni particolari […]”.

[56] W. Temple, Observations upon the United Provinces of the Netherlands, cit., p. 97: “To the States-General every one send their Deputies in what number they please; some Two, some Ten or Twelve; Which makes no difference, because all matters are carried not by the Votes of Persons, but of Provinces, and all the Deputies from one Province, how few or many soever, have one single vote”. Nelle grandi occasioni il numero dei deputati naturalmente aumentava, come accadde al momento di discutere la Tregua dei Dodici Anni: così il Bentivoglio, Relazione, cit., p. 20: “Onde è fama, che nell’ultima grand’Assemblea di Berghes al Som, quando si concluse la tregua, i Deputati, che intervennero in essa, arrivassero al numero d’ottocento”, e il Contarini, Relazione dell’Ill.mo Sig.r Tomaso Contarini, cit., p. 40: “Può nondimeno ogni provincia mandar sempre over uno over molti deputati a piacer suo, et alcuna volta la sola provincia di Hollanda ne ha mandati fin al numero di ottanta, come a punto fece nelle ultime trattationi della tregua con Spagna, nelle quali intervennero circa duecento deputati fra tutte le sette provincie, che formavano l’Assemblea de Stati Generali, la quale con tutto ciò non haveva né può aver più di sette voci solamente, poiché o molti o pochi deputati, che vi mandino le dette provincie, non possono havervi né più né meno che una sola voce per cadauna provincia”. In un altro momento cruciale della storia costituzionale dei Paesi Bassi, la “Grande Assemblea” del 1651, gli Stati olandesi si presentarono al completo all’interno degli Stati Generali: cfr. J. Israel, The Dutch Republic, cit., p. 706, che mette in evidenza come in quell’occasione l’arbitrio delle singole province nella formazione delle loro delegazioni fu più marcato del solito: “The Great Assembly was the first occasion, since 1579, when the provinces gathered to debate the form and structure of the Union. Inevitably, there was much disagreement. Even the status of the delegations provocked acrimonious dispute. The full States of Holland participated. But while Holland had urged the others also to attend as ‘full States’, empowered to make decisions without referring back to their provincial capitals, none were willing to do so. Four provinces – Friesland, Groningen, Utrecht, and Zeeland – designated their representation ‘extraordinary delegations’ of their provincial States. Overijssel initially sent only her ordinary States General delgation but subsequently upgraded this to an ‘extraordinary’ status. The most bizzarre was Gelderland’s representation. The three quarters, bitterly divided – with Nijmegen supporting Holland,  Arnhem undecided, and Zutphen Orangist – failed to agree, so that delegations arrived from the Nijmegen and Arnhem quarters designated (in defiance of the Hof of Gelderland) members of the full States of Gelderland gathered in The Hague, while Zutphen’s representation attended as members of Gelderland’s normal delegation to the States General”.

[57] Come ben aveva intuito l’ambasciatore Contarini, Relazione dell’Ill.mo Sig.r Tomaso Contarini, cit., pp. 40-41: “Et benchè la provincia di Hollanda sola sostenga per la sua grandezza et qualità maggior carico di contributioni et di spese che le sei altre insieme, non a ella con tutto ciò nei Stati Generali più auttorità che di una sola voce. Ben è vero, che quasi per ordinario viene seguitato dall’altre l’essempio et il parer suo, come di quella, che è più di tutte sottoposta alle spese et ch’essendo il nervo maggiore di quel governo, viene grandemente estimata; et quando si accorda di opinione con essa la provincia di Zelanda, queste due unite si tirano dietro tutte le altre provincie, le quali, con tutto che per il maggior numero potessero deliberare il contrario, non sono però solite di farlo, poiché non mette lor conto di offendere o disgustare queste provincie maggiori, dalla forza delle quali si può dir che dipenda la diffesa et la conservatione del tutto. Onde con ragione si dice, che dal valore et dal consigio della provincia d’Hollanda dipenda quasi tutte le deliberationi”.

[58] Questo particolarissimo funzionario degli Stati d’Olanda fu spesso visto come un “primo ministro” dell’intera Unione. Ciò appare evidente soprattutto nei periodi in cui la carica fu esercitata da personaggi di grande carisma come Johan van Oldenbarnevelt (1586-1618), Jacob Cats (1629-1631 e 1636-1652) e Johan de Witt (1653-1672).

[59] G. Bentivoglio, Relazione, cit., pp. 18-19: “Ridotta ch’è insieme la grand’Assemblea, pigliansi in essa quelle risolutioni, ch’appartengono, secondo che già s’è detto, all’interesse comune di tutte l’Unione; come, di pace; di guerra; di tregua; di far nuove confederationi, o dissolver le fatte; di metter nuove impositioni, o levar le già imposte; e d’altri simili più importanti affari, che tutti hanno riguardo all’Union generale”.

[60] Si trattava di quelle terre dei Paesi Bassi meridionali strappate agli spagnoli poco prima di giungere alla tregua.

[61] M.Z. Boxhornius, Commentariolus de statu confoederatarum provinciarum Belgii, Hagae.Comitis, Apud Joannem Verhoeve, 1649. Il testo fu tradotto l’anno seguente in olandese, e in francese nel 1652.

[62] Sul pensiero politico di Boxhorn cfr. il mio La rivolta dei Paesi Bassi e la rivoluzione inglese. Propaganda e pensiero politico nella repubblica delle Province Unite (1642-1652), “Annali di storia moderna e contemporanea”, X (2004), pp. 175-219.

[63] M.Z. Boxhornius, Commentariolus de statu confoederatarum provinciarum Belgii, cit., p. 31: “Sed quemadmodum ostendit idem Polybius non penes Senatum fuisse summam Imperii Romani, ita apud nos vere dicitur, Summum Imperium non esse penes illos ditionum Legatos, qui Generales Ordines dicuntur, sed pened uniuscujusque ditionis Ordines, qui ad opem mutuam arctissimo foedere connectuntur: Adeo quidem, ut in Generalium Ordinum potestate ea sint omnia, quae ad communem spectant defensionem, manentibus rebus caeteris penes Ordines singularum ditionum”.

[64] Cfr. la tabella delle quote in J. Israel, The Dutch Republic, cit., p. 286.

[65] A.Hamilton, J.Madison, J.Jay, Il Federalista, cit., p. 254: “E’ parimenti fatto obbligo, da questa costituzione, afferma un altro [autore], a tutte le province di pagare determinati contributi. Ma quest’articolo non si è mai potuto eseguire finora, né potrà, probabilmente, essere messo in atto in futuro, perché le province interne che hanno un commercio limitato non sono in grado di pagare una quota pari a quella versata dalle altre. In materia fiscale è divenuta ormai pratica generale trascurare gli articoli della costituzione. Il timore di un ritardo costringe le province disposte a pagare a fornire le proprie quote senza aspettare che anche le altre lo facciano, per poi tentare di essere rimborsate da queste o, come è più frequente, per mezzo di deputazioni, ovvero in qualche altro modo possibile. La grande ricchezza e la potenza della provincia d’Olanda la mette in grado di realizzare ambedue gli obiettivi”.

[66] Si trattava di una aliquota fissa e permanente sulle transazioni commerciali, che voleva aggirare la procedura del rinnovo attraverso il consenso degli Stati. L’opposizione a questo provvedimento fu netta, e il Duca non riuscì mai a raccogliere i frutti sperati. Cfr. H. Kamen, The Duke of Alba, New Haven-London 2004, pp. 206-235. 

[67] H. Grotius, De republica emendanda, cit., p. 114, § 56: “Nostrarum provinciarum ea est ratio isque situs, ut ad defensionem et conservationem altera alteri sit omnino necessaria. Quare eas inter se iungi vinculo arctissimo atque perpetuo opus est – quod nunc contra fit: solo enim hostis praesentis metu utcunque cohaerent, absque eo secessurae. Imo bellum ipsum, quod eas inter se colligat, non satis in commune administratur […] Quod signum est non modo rempublicam hanc unam non esse – cum unaquaeque provincia ius totum reibublicae possideat – sed nec federe satis certo contineri. Ex ea ratione administrandi quae discordiae, quae secessiones et in bello nova bella exorta sint, historia rerum nostrarum ab usque pace Gandavensi manifestum facit”. 

[68] G. Bentivoglio, Relazione, cit., p. 19: “Per pigliar così fatte risolutioni, è necessario, che concordino i sette voti delle sette Provincie. E perché gl’interessi dell’una non sempre s’aggiustano con gl’interessi dell’altra, quindi è, che in tutti i negotij procedono per ordinario con gran lentezza”; Lo stato presente di tutti i paesi, e popoli del mondo, cit., pp. 193-194: “Come in virtù della detta Unione di Utrecht le sette Provincie riservaronsi l’autorità sovrana, i loro Deputati che formano l’Assemblea degli Stati-Generali, nulla possono conchiudere negli affari importanti. Nei casi ordinarij supera la opinione del maggior numero: ma se si tratti di Pace o di Guerra, di estere alleanze, di levare o coniare Moneta, o di cose che riguardino i Privilegij di alcuna delle Provincie; in tali casi tutte le Provincie debbono concorrere e dare il loro assenso, prima di venire alla conchiusione. La necessità di un tale consenso delle Provincie cagiona il più delle volte un gran ritardamento alla spedizione degli affari, e sovente un notabile pregiudizio agl’interessi dello Stato. Il che nasce perché ciascuna Provincia non può mandare la sua risoluzione, se prima gli Stati della detta Provincia non si sieno adunati, e non abbiano avuto un simile consenso unanime da tutti i Membri onde sono composti. Basta una parte della Nobiltà o una sola Città, per impedire la conchiusione di una affare, o almeno per farla tirare a lungo”.

[69] W. Temple, Observations upon the United Provinces, cit., pp. 99-100: “Nor has this method or Constitution ever been broken since their State began, excepting only in one Affair, which was in January 1668, when His Majesty sent me over to propose a League of Mutual Defence with this State, and another for the preservation of Flanders from the invasion of France, which had already conquered a great part of the Spanish Provinces, and left the rest at the mercy of the next Campania. Upon this occasion I had the fortune to prevail with the States-General to conclude three Treaties, and upon them draw up and sign the several Instruments, in the space of Five days; Without passing the essential forms of their Government by any recourse to the Provinces, which must likewise have had it to the several Cities”.

[70] J. Israel, The Dutch Republic, cit., p. 276.

[71] A. Hamilton, J. Jay, J. Madison, Il Federalista, cit., p. 255.

[72] Sul rapporto fra continuità e rottura col passato nel pensiero politico del Federalist cfr. M. d’Addio, Il “Federalista” e il superamento del giusnaturalismo politico, in Il Federalista, trad. di B.M. Tedeschini Lalli, Pisa 1955, pp. 625-647 e Id., Introduzione a Il Federalista, Bologna 1980, pp. 9-27.

[73] W. Temple, Observations upon the United Provinces, cit., p. 91: “In these Assemblies, though alla are equal in Voices, and any one hinders a result; yet it seldom happens, but that united by one common End of Publique Good, They come after full Debates to easie Resolutions; yeilding to the power of Reason where it is clear and strong; and suppressing all private Paasions or Interests, so as the smaller part seldom contests hard or long, what the greater agrees of”. L’espressione “potere della ragione” riecheggia irresistibilmente quella di “imperio della ragione” utilizzata nello stesso contesto dal Bentivoglio, Relazione, cit., pp. 14-15: “Gli stati sogliono radunarsi tre, o quattro volte l’anno, e più, o meno, secondo che l’occasione il richiede. Radunati che sono, si trattano, e si risolvono le cose poste in consulta; & allora di tante Città se ne forma come una sola; & non sono allora più membra divise, ma corpo unito; e lo stringe insieme, & unisce il commun’ vincolo d’un solo, e concorde fine; al quale facilmente sogliono essere tirate dalla publica utilità, e dall’imperio della ragione”.

[74] G. Bentivoglio, Relazione, cit., pp. 25-26.

[75] T. Overbury, Observations upon the Provinces United, cit., pp. 9-10.

[76] Cfr. Lo stato presente di tutti i paesi, e popoli del mondo, cit., pp. 195-197: “Dopo la partenza del Duca di Alanson ch’era stato chiamato dai Confederati in luogo dell’Arciduca Mattia al Governo dei Paesi Bassi, alcune Provincie col parere di Guglielmo I Principe di Oranges, Fondatore di questa Repubblica, stesero un Disegno di Governo per rimediare ad una spezie di Anarchia che insensibilmente s’introduceva nelle Provincie […] sul qual Disegno fu istituito il Consiglio di Stato, nel mese di agosto dello stesso anno [1584]; e le sette Provincie che si attennero alla Unione di Utrecht, gli diedero la soprintendenza della Guerra, del Pubblico Erario, e di quanto risguardava la conservazione e la difesa della nascente Repubblica […] Questo Consiglio non godette lungo tempo della facoltà che gli era stata conferita, accagione di un Decreto fatto poco dopo [1588], il quale determinò che l’Assemblea degli Stati Generali risiedesse in Aja: e da quel tempo  fino al presente il Consiglio di Stato non si estese che sopra gli affari militari e l’amministrazione del pubblico Erario; essendo insensibilmente passati da questo Consiglio all’Assemblea degli Stati Generali, tutti quegli affari che risguardano il Governo della Repubblica”.

[77] W. Temple, Observations upon the United Provinces, cit., pp. 101-102: “The Council of State is composed of Deputies from the several Provinces, but after another manner than the States-General, the number being fixed. Gelderland sends Two, Holland Three, Zealand and Utrecht Two a piece, Friezland, Overyssel and Groninghen, each of them One, making in all Twelve. They vote not by provinces, but by personal Voices; and every Deputy presides by turns. In this Council the Gouvernour of the Provinces has Session, and a decisive voice”.

[78] Questa diffidenza riecheggia anche nel commento di Contarini: “Capo di questo Consiglio [il Consiglio di Stato] è il Principe Mauritio, come Governatore et Capitano Generale delle provincie. Interviene anco in esso l’Amb.r d’Inghilterra, perché quando l’anno 1585 fu mandato dalla regina in aiuto de’Signori Stati il Duca di Lincastro, si capitulò che vi entrasse egli con due consiglieri. Del 1592 fu poi riformato l’ordine, che vi entrasse un solo, et questo è l’Amb.r Residente, il quale vi ha il voto come consigliere d’Inghilterra et volendo può seguitar il Cons.o di Stato in campo et entrar con esso in quello de Stati Generali. Ma quando i Signori Stato hanno qualche cosa, che non vogliono sia risaputa da lui, assumono essi tutto il negotio, se ben appartenesse al Cons.o di Stato, et lo rissolvono nell’Assemblea Generale senza chiamarvi esso Consiglio”. Cfr. T. Contarini, Relazione dell’Ill.mo Sig.r Tomaso Contarini, cit., p. 41.

[79] J.L. Price, Holland and the Dutch Republic, cit., p. 216.

[80] W. Temple, Observations upon the United Provinces, cit., p. 102: “The Council of State executes the Resolutions of the States-General; consults and proposes to hem the most expedient ways of raisinf Troops, and levying Moneys, as well as the proportions of both, which they conceive necessary in all Conjunctures and Revolutions of the State: Superintends the Milice, the Fortifications, the Contributions out of Enemies Countrey, the forms and disposal of all Passports, and of Affairs, Revenues, and Government of all places conquered since the Union; which being gain’d by the common Arms of the State, depend upon the States-General, and not upon any particular Province”

[81] G. Bentivoglio, Relazione, cit., p. 22.

[82] T. Contarini, Relazione dell’Ill.mo Sig.r Tomaso Contarini, cit., pp. 41-42: “Questi consiglieri, benchè mandati et eletti a parte da cadauna delle provincie, non hanno però le loro commissioni da esse provincie particolari, ma dalla generalità de Signori Stati uniti, che dan loro il giuramento di fare et consigliar quello, che giudicheranno il meglio per la generalità delle sette provincie insieme unite. Il contrario adviene nelli Stati Generali, che i deputati non parlano di proprio senso, ma solamente quanto tengono in commissione dalla loro provincia, la quale rappresentano quasi come Amb.ri, dove nel Cons.o di Stato il numero de consiglieri è limitato de 15 et in esso si piglia il parere per numero de capi e non di provincie”.

[83] M.Z. Boxhornius, Commentariolus de statu confoederatarum provinciarum Belgii, cit., p. 24: “Porro Consiliarii sive membra huius Senatus in solemne hoc juramentum adigebantur, se in huius muneris administratione non singuliis ditionibus, a quibus essent legati, sed vero omnibus foederatis ditionibus pariter addictos fore”.

[84] G. Silvano, Repubblicanesimo e repubblicanesimi all’inizio dell’età moderna. La rivolta delle Provincie Unite e il De Republica Emendanda di Ugo Grozio, “Il Pensiero Politico”, XX, 1987, pp. 395-404.

[85] H. Grotius, De republica emendanda, cit., pp. 116-118, §§ 59-61: “Senatum igitur, cui praesideat summus praefectus idemque belli imperator, ex optimis omnium provincialium constituendum arbitror (locoque sacerdotum Hebraicorum sumendos viros religiosissimos et in ecclesia quoque regenda exercitatos), cui leges de re quavis ferendi,iubendique omnibus potestas sit, qui de bello, pace, federibus statuat, ita tamen ut in his maioribus tutissimum credat concilium ordinum advocari, ut rationes si quae sunt contradicentium bene examinerentur. In eum senatum praefectis provinciarum aditus sit. Provinciarum autem praefectorumque controversias eius senatus iudicio permitti omnino necessarium, quia ubi iudicium desinit, ibi bellum incipit […] Idem senatus veniam gratiamque iuris et indulgentias eas impartiretur, quae a consistorio secreto olim, nonc a praefecto provinciali impetrantur […] Senatores et perpetuos esse et quoties morerentur alios ab ipso senatu subrogari ad comparandam cum prudentia auctoritatem pertineret; neque sane debent a provinciis pendere”.

[86] Boxhorn testimonia il fatto che molte delle remote popolazioni con le quali gli olandesi tenevano rapporti commerciali non capivano bene le esatte funzioni dello stadhouder, essendo abituate al dominio di sovrani assoluti: cfr. M.Z. Boxhornius, Commentariolus de statu confoederatarum provinciarum Belgii, cit., p. 57: “Verum qualis hodie ea potestas sit, nunc videamus. Remotiores Indorum nationes ac Reguli in literis, foederibusque cum his regionibus initis, summam Praefecto huic & liberrimam auctoritatem, absolutumque in omnia dominium adscribunt, huius Imperii penitus ignari: Formulas tamen illas Ordinibus non repudiantibus, quod illae gentes summus unius Imperio uti assuetae, nullas Respublica aestiment, nisi in quibus penes unum est vis Majestatis”.

[87] L’appellativo di “padre della patria” compare già alla fine del XVI secolo, ancor prima della morte del Taciturno. Cfr. ad esempio Emanuel-Erneste. Dialogue de deux personnages, sur l’Estat du Païs Bas. A Anvers, par Nicolas Spore, 1580, p. 35: “Ceux qui ayment le Prince d’Orenge, ont beaucoup de belles raisons: ils considerent ses merites: ils demandent a qui le païs doit apres Dieu sa delivrance […] Car si a celuy qui a rendu au païs sa libertè, appertient le tiltre Du Pere de la Patrie; qui sera si eshonté qui voudra preferer au Pere un Prince estranger?”.

[88] Sullo statolderato cfr. P. Rosenfeld, The Provincial Governors from the Minority of Charles V to the Revolt, “Standen en Landen”, 17 (1959), pp. 1-63 e H.H. Rowen, The Princes of Orange, cit.

[89] J.L. Price, Holland and the Dutch Republic, cit., pp. 154-171.

[90] H.W. Blom, Morality and Causality, cit., p. 41.

[91] W. Temple, Observations upon the United Provinces, cit., pp. 115, 117: “The Authority of the Princes of Orange, though intermitted upon the untimely death of the last [Guglielmo II], and infancy of this present Prince [Guglielmo III]; Yet as it must be ever acknowledged to have had a most essential part in the first frame of this Government, and in all the Fortunes thereof, during the whole growth and progress of the State: So has it ever preserved a very strong root, not only in Six of the Provinces, but even in the general and popular affections of the Province of Holland itself, Whose States have for these last Twenty years so much endeavoured to suppress or exclude it […] Besides all this, as the States-General represented the Soveraignty, so did the Prince of Orange the Dignity of this State”.

[92] J.L. Price, Holland and the Dutch Republic, cit., pp. 247-259.

[93] J. Israel, The Dutch Republic, cit., p. 306: “Despite the fact that, after 1572, the United Provinces were a republic, and had no royal master, the courtly culture and artistocratic outlook surrounding the Stadholders continued as before and, indeeed, took hold even more strongly, being used by the new Stadholders to enhance their prestige, authority, and dynastic pretensions”. 

[94] Il Federalist ci fornisce una buona descrizione delle funzioni dello stadhouder: “Capo supremo dell’Unione è lo Stadtholder che è, attualmente, un prncipe ereditario. La maggior ragione della sua autorità e dell’influenza che gode nella repubblica risiede in questo suo titolo indipendente; nei suoi grandi possedimenti patrimoniali; nelle relazioni di parentado che lo legano ad alcuni dei maggiori potentati d’Europa e soprattutto, forse, nel fatto che egli è lo Stadtholder delle varie province oltre che dell’Unione: a tale carica provinciale egli viene nominato dai magistrati delle città secondo determinate regole ed in questa qualità dà forza esecutiva ai decreti provinciali; presiede, quando ciò gli aggrada, i Tribunali provinciali ed ha, ovunque, il potere di grazia. Nella sua qualità di Stadtholder dell’Unione egli ha, tuttavia, considerevoli prerogative. Nella sua veste politica, egli è in grado di sedare le dispute tra le varie province, quando vengano meno gli altri mezzi; di assistere ai deliberati degli Stati Generali ed alle loro riunioni particolari; di accordare udienza agli ambasciatori stranieri e di mantenere agenti che curino i propri particolari affari presso le Corti straniere. Nella sua veste di capo militare, egli è alla testa delle armate federali, sovrintende alle fortificazioni, e, in linea generale, presiede agli affari militari, dà disposizioni per tutte le nomine, dai colonnelli agli alfieri, e decide dei comandi delle città fortificate, nonché delle loro cariche governative. Nella sua veste di comandante navale egli è ammiraglio supremo e sovrintende e dirige tutto quel che si riferisce alle forze armate di mare, nonché ogni questione a carattere marinaro; presenzia personalmente o per delega a tutte le riunioni d’ammiragliato, nomina gli ammiragli in seconda e gli altri ufficiali e costituisce dei consigli di guerra le cui deliberazioni, tuttavia, non hanno corso, se egli non vi appone la propria approvazione. Le sue entrate, a parte le sue rendite private, ammontano a 300000 fiorini. L’esercito permanente al quale egli è preposto comprende circa 40000 uomini”. Cfr. A. Hamilton, J. Jay, J. Madison, Il Federalista, cit., pp. 252-253.

[95] Ad esempio fu presso che gli Orange che si rifugiò Carlo II Stuart e la sua corte durante il periodo cromwelliano. Sui rapporti con la famiglia reale inglese, essenziali per comprendere la politica dinastica degli Orange, cfr. P. Geyl, Orange and Stuart, 1641-1672, London 1969 [1939].

[96] M.Z. Boxhornius, Commentariolus de statu confoederatarum provinciarum Belgii, cit., p. 67: “Est idem arbiter publicarum privatarumq. controversiarum, quae vel inter singularum ditionum totos Ordines, vel inter Ordinum membra, vel inter Ordines & quosdam subditorum graves exoriuntur, quod & legibus foederis Ultrajectini sic satis est definitum”.

[97] J. Poelhekke, Frederik Hendrik, Prins van Oranje, Zutphen 1978.

[98] Sui rapporti fra l’Olanda e le altre province cfr. H. Wansink, Holland and Six Allies: The Republic of the Seven United Provinces, “Britain and the Netherlands”, 4(1971), pp. 133-155.

[99] Per la tabella delle quote cfr. J. Israel, The Dutch Republic, cit., p. 286.

[100] Sulla Amsterdam del Seicento cfr. Amsterdam XVIIè siècle. Marchands et philosophes: les bénéfices de la tolérance, a cura di H. Méchoulan, Paris 1993.

[101] T. Contarini, Relazione dell’Ill.mo Sig.r Tomaso Contarini, cit., p. 43: “Ma per attendere alla brevità dirò solamente della Provincia d’Hollanda, che è la maggiore et meglio regolata d’oagni altra, la sopranità della quale appartiene alla nobiltà et alle ville, che così chiamano le città”;  W. Temple, Observations upon the United Provinces, cit., p. 77: “But whereas the several Provinces in the Union, and the several Cities in each Province, as they have in their Orders and Constitutions some particular differences, as well as a general resemblance; and the account of each distinctly would swell this Discourse out of measure, and to little purpose; I shall confine my self to the account of Holland, as the richest, strongest, and of most authority among the Provinces; and of Amsterdam, as that which has the same Preheminencies among the Cities”; Lo stato presente di tutti i paesi, e popoli del mondo, cit., p. 183: “Essendo nella maggior parte delle Città e Provincie la forma del Governo somigliantissima, io darò solamente il ragguaglio di due o tre delle principali, potendo da quelle il saggio Leggitore formare il giudizio delle rimanenti: e comincierò dalla Provincia di Olanda, che in materia di Traffico, di Ricchezze, di Forze, e di Città grandi si può stimare uguale a tutte le altre Provincie prese insieme”. E’ interessante notare come invece i cosiddetti “storici-antiquari” si attenevano ancora alla visione feudale della gerarchia tra le sette Province, che vedeva la Gheldria (un ducato) primeggiare sull’Olanda (una contea). Così, ad esempio, il volume delle “repubblichine” Elzeviriane Belgii Confoederati Respublica (Leida 1630), a cura di J. de Laet, dedica più o meno lo stesso spazio a ciascuna provincia, partendo dalla descrizione della Gheldria e non dell’Olanda.

[102] Cfr. pars pro toto la dedica agli Stati d’Olanda nel De antiquitate Reipublicae Batavicae di Grozio (1610), vero e proprio manifesto del “mito batavo”: Hugonis Grotii De antiquitate Reipublicae Batavicae liber singularis, in Respublica Hollandiae, et urbes, Lugduni Batavorum, Ex officina Ioannis Maire 1630, pp. 5-7: “Exiguum vobis libellum offero, Nobilissimi atque Amplissimi Patres: imo offert seipse, mole quidem exiguus, at magnus argumento, vester vero totus. Vestrum enim imperium, vestra jura majestatemque defendit. Hoc namque agit, ut, breviter ab initio inclitae gentis in hunc diem intercedentia saecula percurrens, ostendat, penes utriusque ordinis primores curam semper fuisse batavae rei, quae tandem ad vos perpetua successione delata est. Haec quippe potestas fundamentum fuit Reipublicae, praesidium aequi juris, fraenum principatus. Hanc reverebantur olim, huic fasces suos submittebant placide publici status summi praesides atque tutores, sive Reges illi, seu Duces, seu postremo Comites vocabantur. Ipsae denique sancitssimae leges velut in sino Ordinum tuto conquiescebant. His gubernatoribus illa quondam & nunc iterum clarissima Batavorum libertas per gravissimas procellas in hanc felicitatem temporum enavigavit. Quod enim gravius libertati periculum esse potuit, quam a Romana olim potentia, ab Hispana nuper, quae Romanae proxima, aut, ut sibi videtur, maior etiam Romana? Per utrumque tamen emersit, & cum in arma truderetur, opposit prementium viribus causae aequitatem, bene ordinatum imperium, animos invictos”.

[103] Si tratta dei ben noti elenchi di privilegi cetuali, a cominciare dalla Joyeuse Entrée (1356), che nei Paesi Bassi forse più che in ogni altra regione europea possedevano un reale significato “costituzionale” di limitazione del potere politico. Cfr. il mio A. Clerici, Costituzionalismo, contrattualismo e diritto di resistenza nella rivolta dei Paesi Bassi (1559-1581), Milano 2004, in corso di stampa.

[104] Su questo personaggio cfr. L.C. Boralevi, Introduzione a P. Cunaeus, De Republica Hebraeorum, Firenze 1996, pp. VII-LXVII.

[105] Petri Cunaei De Republica Hebraeorum libri III, Lugduni Batavorum, Ex officina Elzeviriana 1632, Praefatio agli Stati d’Olanda , foll. 5v-6r: “Haec, & id genus, plura in his libris excussimus, Illustrissimi Ordines, neque profecto infrugiferum existimavimus, publice haec spectari. Vos ii estis, Sanctissimi Patres patriae, quibus semper illud animo stetit, concordia res parvas crescere, discordia maximas dilabi”.

[106] Corte vertoninghe van het recht byden Ridderschap, Eedelen ende Steden van Hollandt ende Westvrieslant van allen ouden tijden in den voorschreven Lande gebruyckt tot behoudenisse vande vryheden, gherechticheden, Privilegien ende Loffelicke ghebruycken vanden selven Lande, Rotterdam, by Dierck Mullem 1587 (Breve Esposizione dei diritti esercitati sin dai tempi antichi dai cavalieri, dai nobili e dalle città di Olanda e Frisia Occidentale per la conservazione delle libertà, diritti, privilegi e  lodevoli costumi del paese), tradotto in latino da Petrus Scriverius nel volume miscellaneo Respublica Hollandiae, et urbes, cit., col titolo Decretum ordinium Hollandiae et West-Frisiae, de Antiquo Jure Reipublicae Batavicae, nunc primum ex vernaculo Latine redditum, pp. 165-189. La Corte vertoninghe divenne subito una risoluzione ufficiale degli Stati d’Olanda, e figura nella prima parte del Groot Placaet-Boek (Hagae-Comitis, 1658), la principale raccolta dei testi legislativi delle Province Unite. Cfr. inoltre P. Geyl, An interpretation of Vrancken’s Deduction of 1587 on the nature of the States of Holland’s power, in From the Renaissance to the Couner-Reformation, ed. by C.H. Carter, London 1966, pp. 230-246.

[107] Il testo della rimostranza di Wilkes è interessante poiché esso introduce chiaramente nel dibattito politico della rivolta dei Paesi Bassi alcuni temi e termini del linguaggio bodiniano, come ad esempio l’idea che la “Souverainiteit”, che definisce l’ “absoluit Gouvernement”, non possa essere rappresentata perché intrasferibile ed indivisibile. La rimostranza si può leggere in olandese nell’ importante opera storiografica  di P. Bor, Oorspronck, begin ende aenvang der Nederalntscher Oorlogen, Amsterdam 1679 [1595], p. 921.

[108] J. Waszink, Introduction a H. Grotius, The Antiquity of the Batavian Republic, edited and translated by J. Waszink, Assen 2000, pp. 3-37.

[109] Nei mesi di febbraio, giugno, settembre e novembre.

[110] G. Bentivoglio, Relazione, cit., pp. 10-12: “Era Governatore d’Ollanda, di Zelanda, e d’Utrecht il Prencipe d’Oranges, quando nacque la sollevatione di Fiandra; che da principio fu suscitata, e che durò ostinatissimamente poi in quelle due prime Provincie. E perché il medesimo Oranges ne fu il principale Architetto, egli per giunger a’suoi fini ambitiosi con meggiore facilità, si propose particolrmente due cose; l’una d’abbater quanto havesse potuto la Nobiltà, la qual poteva far grand’ostacolo a’suoi disegni; e l’altra di fare in modo, che non vi fosse parte alcuna d’Ollanda, che nella medesima sollvatione egualmente non venisse a restare involta. Pose egli perciò in sospetto appresso i popoli con varij artifitii la Nobiltà; e dall’altro canto operò in maniera, che dove prima in Ollanda erano solamente sei le Città, che concorrevano insieme con l’Ordine de’Nobili a formar gli Stati della Provincia, esse crebbero a numero molto maggiore. Il titolo specioso fu, che per sostenere più facilmente le spese dell’armi nella causa commune, della qual si trattava, era necessario, che tutte le terre più principali d’Ollanda, communemente ancora participassero del governo. Ma il vero fine, e più occulto fu, accioche questa via ogni parte della Provincia rendesse la sollvatione tanto più universalecon la sua propria. Fu dunque da sei Città (ch’io con questo nome chiamerò indifferentemente quelle Città, e Terre, che concorrono a formar gli Stati di ciascuna Provincia) accresciuto il numero a diciotto. Le prime sei erano queste; Dordrecht, Harlem, Delft, Leiden, Amsterdam, e Gouda. E le dodici altre, che si aggiiunsero di più furono, Roterdam, Gorcom, Schedam, Schonoven, Brila, Alcmar, Horno, Encusa, Edam, Monacdam, Medemalaca, e Purmerenda. In modo, che di queste diciotto Città, e dell’Ordine de’Nobili, si formano hora gli Stati d’Ollanda. Né maggior parte ritiene in essi l’Ordine, tutto insieme, de’Nobili, di quello, che vi ritenga una simplice, e sola Città”.

[111] W. Temple, Observations upon the United Provinces, cit., p. 87: “This makes as great an inequality in the Government of the Province, by such a small City as Permeren having an equal voice in the Provincial-States with Amsterdam (which pays perhaps half of all charge of the Province)”.

[112] Non si può sostenere dunque che gli Stati fossero sovrani nel senso bodiniano del temine. Anche loro dipendevano dai consigli cittadini (vroedschappen), e dunque si può concordare con Price e Visentin che in un certo senso i veri sovrani della repubblica erano proprio i governi delle singole città, che non erano tenuti a riferire le decisioni a nessuno.

[113] G. Bentivoglio, Relazione, cit., pp. 14-15.

[114] M. ‘t Hart, Intercity Rivalries and the Making of the Dutch State, in Cities and the rise of states in Europe, A.D. 1000 to 1800, ed. by C. Tilly and W.P. Blockmans, Boulder-Oxford 1994, pp. 196-217; Id., The Dutch Republic: the urban impact upon politics, in A miracle mirrored. The Dutch Republic in European Perspective, ed. by K. David and J. Lucassen, Cambridge 1995, pp. 57-98.

[115] W. Temple, Observations upon the United Provinces, cit., pp. 88-89: “The Pensioner of Holland is seated with them, delivers their Voice for them, and assists at all their Deliberations before they come to the Assembly. He is properly, but Minister or Servant of the Province, and so his Place or Rank is behind all their Deputies; but he has always great Credit, because he is perpetual, or seldom discharged; though of right he ought to be chosen or renewed every third year. He has place in all the several Assemblies of the Province, and in the States proposes all Affairs, gathers the Opinions, and forms or digests the Resolutions; Pretending likewise a power not to conclude any very important Affair by plurality of Voices, when he judges in his Conscience he ought not to do it, and that it will be of ill consequence or prejudice to the Province”.

[116] Sul modo con cui il raadpensionaris riusciva ad esercitare il suo potere nei confronti delle altre istituzioni cfr. il “caso” fondamentale di Johan de Witt in H.H. Rowen, Management of Estates in the Seventeenth Century: John de Witt, the States of Holland and the States General, in Representative Institutions in theory and practice, Bruxelles 1970, pp. 133-154.

[117] Il cattivo rapporto fra i due venne registrato già nel 1610 dall’ambasciatore Contarini, che parlando di Maurizio riferisce: “Bernovel è quel solo, che ardisce mostrarsegli contrario nelle deliberationi, onde non passa fra loro buona intelligentia”. Cfr. T. Contarini, Relazione dell’Ill.mo Sig.r Tomaso Contarini, cit., p. 56.

[118] L’Olanda si era allora divisa fra “arminiani”, o “rimostranti”, e “gomaristi”, in pratica fra calvinisti radicali e moderati. Inoltre, per dirimere gli scontri spesso violenti nelle città, si erano create apposite compagnie militari, i waardgelders, costituiti però senza l’assenso dello stadhouder, che si sentiva in diritto di avere l’ultima parola su ogni questione di natura militare.

[119] L’Olanda aveva unilateralmente dichiarato di voler drasticamente ridurre il numero dei soldati di fanteria. Tal provvedimento era percepito da Guglielmo come una violazione dei suoi poteri di stadhouder, ed inoltre  rappresentava un ostacolo alle sue mire espansionistiche europee.

[120] Per un breve riassunto di questi eventi cfr. J. Israel, The Dutch Republic, cit., pp. 433-449; tutti i dettagli in J. den Tex, Oldenbarneveld, 2 voll., Cambridge 1973.

[121] J. Irael, The Dutch Republic, cit., pp. 595-609 e 700-726.

[122] Sulle idee politiche della crisi del periodo di Oldenvanevelt cfr. H. Gerlach, Het Proces tegen Oldenbarnevelt en de ‘maximen in de staat’, Haarlem 1965;sulla propaganda politica legata all’assedio di Amsterdam del 1650 cfr. S. Groenveld, De Prins voor Amsterdam, Bussum 1967.

[123] H. Grotius, Apologeticus eorum qui Hollandiae Vvestfrisiaeque et vicinis quibusdam nationibus ex legibus praefuerunt ante mutationem quae evenit anno MDCXVIII. […] Cum refutatione eorum quae adversus ipsium, atque alios acta ac iudicata sunt, Paris [Amsterdam], apud N. Buon, 1622.

[124] H. Grotius, Apologeticus, cit. praefatio, pp. II-III: “Si defensio innocentiae nostrae quarto demum anno prodit post mutatam apud nos rempublicam, nosque per iniuriam condemnatos”.

[125] H. Grotius, Apologeticus, cit., pp. 3-5: “Sed quemadmodum Polybius ostendit penes populum, non penes Senatum fuisse summam imperii Romae, ita apud nos vere dicitur summum imperium non penes illos esse legatos nationum qui Federati proceres dicuntur, sed penes cuiusque nationis primores, quae quidem nationes ad opem mutuam federe connectuntur; ita ut in Federatorum procerum potestate ea sint omnia quae ad communem defensionem pertinent, aut quae nominatim ex federis formula, aut consensu peculiari ad eum conventum deferuntur: manentibus rebus caeteris penes singularum nationum primores […] Itaque plerique Italiae populi Regum Romanorum aevo jus in se summum habebant: sed inter se atque cum populo Romano federe erant devincti […] Principum notum est, nationes quae nunc in uno sunt federe, antiquitus non sub unius Principis fuisse imperio, nisi quod Hollandia & Zelandia eosdem semper Principes habuere”. 

[126] H. Grotius, Apologeticus, cit., p. 8: “Neque vero Traicetino federe quod factum est anno MDLXXIX de summo nationis cuiusque imperio quicquam imminutum est”.

[127] H. Grotius, Apologeticus, cit., p. 11.

[128] H. Grotius, Apologeticus, cit., p. 22: “Hoc defendere, non est fedus disrumpere, sed fedus religiose observare”.

[129] Declaratio ordinum Hollandiae West-Frisiaeque, ex ipsis fundamentis regiminis Belgici desumpta, qua jus & potestas singularum provinciarum cum externis principibus contrahendi, et de quibuscunque negotiis constituendi proponitur […], Lugduni Batavorum et Amstelrodami, apud T. Maire et L. Elzevirium, 1654

[130] Deductio Ordinum Zelandiae, contra proceres Hollandiae, Conventui Ordinum Generlium exhibita, in causa Instrumenti Seclusionis, D. Principis Auriaci, Quod ab Ordinibus Hollandiae efflagitante D. Protectore Reipub. Angliae, &c., concessum fuit, in Declaratio ordinum Hollandiae West-Frisiaeque, cit., p. 112: “ita illud manifeste abire a textu atque intenrione sempiterni Ultrajectensis Foederis A° millesimo quingentesimo septuagesimo nono constituti, nemo iverit inficias, quo quidem Foedere non hoc prohibetur, ne Foederate Provinciae cum aliis Provinciis, eodem foedere nexis particularem contrahant Unionem, aut fulciendae propriae autoritati Privilegiisque iterum de novo instituant, verum illud expresse interdictum est”.

[131] Declaratio ordinum Hollandiae West-Frisiaeque, cit., I, 2, p. 16: “Atque ut ex ordine superiora argumenta, rationesque solide refutemus, & primo quidem ostendamus, in potestate & manu Ord. Hollandiae fuisse, decernere de Acto seclusionis & sine ullius querela peremptorie constituere; inprimis considerari debet firmum fundamentum, quod extra controversiam positum est inter omnes Provincias, nimirum penes Ordines singularum Provinciarum, unicuique in sua ditione, plenarium & absolutum summum imperium consistere, nec non jus nulli disputationi obnoxium, atque inlimitatam potestatem, de omnibus causis, quae praedicta unione, aut speciali Provinciarum consenso Ordinibus Generalibus non sunt delata, propria autoritate constituendi, disponendi, & decernendi, aut faciendi, vel omittendi, quodcumque commodo suae Provinciae, & illius indigenarum necessarium vel alioquin e re esse judicant”.

[132] D.J. Roorda, Partij en factie. De oproeren van 1672 in de steden van Holland en Zeeland, Groningen 1961.

[133] William Temple, scrivendo proprio in quel periodo le sue Observations, non manca di sottolineare la nostalgia del popolo verso gli Orange a seguito della loro esclusione dallo statolderato, nostaglia che a lungo andare avrebbe causato la sollevazione e il malcontento: “Upon these Foundations was this State first establisht, till the death of the last Prince of Orange [Guglielmo II, morto nel 1650]; When by the great influence of the Province of Holland amongst the rest, the Authority of the Princes came to be shared among the several Magistracies of the State; Those of the Cities assumed the last nomination of their several Magistrates; The States-Provincial, the disposal of all Military Commands in those Troops which their share was to pay; And the States-General, the Command of the Armies, by Officers of their own appointment, substituted and changed at their will. No power remain’d to pardon what was once condemned by rigor of Law; Nor any person to represent the Port and Dignity of a Soveraign State; Both which could not fail of being sensibly missed by the people […] And men are generally pleased with the Pomp and Splenodor of a Government, not only as it is an amusement for idle people, but as it is a mark of the Greatness, Honour and Riches of their Countrey”. Cfr. W. Temple, Observations upon the United Provinces, cit., pp. 118-119.

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