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Scienza economica e libertà dai giudizi di valore: gli interventi di Sombart, Weber e Spann alla riunione del Verein fur Sozialpolitik del 1909

 

 

Dal 27 al 29 settembre 1909 si svolge a Vienna un’importante riunione del Verein für Sozialpolitik, l’associazione dei cosiddetti “socialisti della cattedra”, economisti e scienziati sociali convinti – a cavallo tra otto e novecento – della necessità di un intervento statale nello sviluppo dell’economia. In quest’occasione, dopo la relazione di Eugen von Phlippovich che aveva affrontato il tema della produttività economica attraverso un approccio teoretico, intervengono Werner Sombart e Max Weber, ponendo per la prima volta il problema della “libertà dai giudizi di valore” nella scienza, attraverso la separazione tra l’indagine oggettiva dei fatti (essere) e la sfera soggettiva del dover-essere. Alla posizione di Sombart e Weber si accosta in qualche modo Friedrich Gottl von Ottlilienfeld, mentre con loro polemizzeranno, nel corso del convegno, studiosi quali von Zwiedineck-Südenhorst, Spann, Goldscheid e Neurath.

Qui si è scelto di riportare l’intervento di Sombart e il primo di quelli di Weber successivi alla relazione di von Philippovich, per poi farli seguire dall’intervento, di segno contrario, del sociologo ed economista viennese Othmar Spann, all’epoca vicino a von Philippovich, che negli anni successivi si sarebbe contraddistinto come uno degli avversari più risoluti del concetto weberiano di Wertfreiheit e come l’iniziatore di una dottrina economica di tipo organicistico orientata eticamente.

Bibliografia: Schriften des Vereins für Socialpolitk, 132. Band. Verhandlungen der Generalversammlung in Wien 27., 28. und 29 September 1909, Leipzig 1910 (gli interventi tradotti si trovano alle pp. 563-572; 580-585; 588-592). Sull’importanza dell’intervento di Weber nella riunione del 1909 per lo sviluppo della sua dottrina della Wertfreiheit cfr. D. Kaesler, Max Weber, trad. it. a cura di A. Patrucco Becchi, Bologna 2004, p. 243 ss., in part. pp. 248-251. Sul rapporto Spann-Weber cfr. G. Franchi, La filosofia sociale di Othmar Spann, Roma 2002, soprattutto pp. 112-117. In generale, sulla storia del Verein cfr. F. Boese, Geschichte des Vereins für Sozialpolitik 1872-1932,  Berlin 1939; D. Lindenlaub, Richtungskämpfe im Verein für Sozialpolitik, Wiesbaden 1967; A. Roversi, Il magistero della scienza – Storia del Verein für Sozialpolitik dal 1872 al 1888, Milano 1984. (n. d. tr.).

 

 

Prof. Dr. Werner Sombart (Univ. di Charlottenburg): Signori! Quest’oggi è un giorno decisivo per la storia del Verein für Sozialpolitik.[1] E’ la prima volta che in questa sede vengono discusse delle questioni teoretiche e dobbiamo vedere se siamo o meno  adatti per un tale compito. Per ora ho quasi l’impressione che si debba rispondere in modo negativo alla domanda. Se si dà un’occhiata al programma di oggi, allora non è possibile dubitare, che in questa forma – ovviamente tutto ciò che dico non riguarda le persone che vi prendono parte, si tratta di problemi oggettivi, di difficoltà e di critiche che da essi scaturiscono – secondo me, non si può respingere l’impressione che la cosiddetta economia nazionale si trovi in una condizione di evidente immaturità.

(ilarità)

Se un teorico delle scienze naturali si intrufolasse qui e vedesse su cosa noi in un solo giorno ci siamo proposti di discutere, si metterebbe le mani nei capelli.

(ilarità)

Dobbiamo renderci conto che abbiamo affrontato circa una dozzina – tanti ne ho contati, ma potrebbero essere di più – di problemi scientifici fondamentali. La produttività ovviamente in tutte le sue ramificazioni, oltre ad una serie di problemi, come quello dell’utile decrescente della proprietà fondiaria, sul quale si potrebbe discutere per quattro settimane, come anche l’intero problema del valore, del prezzo, dell’influenza della produzione dei metalli nobili sulla formazione del prezzo, la questione delle osservazioni statistiche, quella del numero indice, sul quale si potrebbe di nuovo discutere per tre giorni.

(un grido: troppo poco!)

Inoltre problemi come il corso internazionale dei cambi e chissà cosa ancora. Di fronte a ciò dobbiamo renderci conto che qui sono necessarie delle restrizioni  e, come prima prova di maturità, dobbiamo riconoscere le difficoltà che ci si presentano. Ma le difficoltà – e qui si manifesta ancora di più l’immaturità – ancora non si esauriscono con una critica di tipo quantitativo. Se affrontiamo ora uno di questi problemi, allora ci rendiamo conto che ancora non abbiamo neppure un linguaggio per intenderci reciprocamente. Dobbiamo allora crearci con grande sforzo un linguaggio comune nella speranza di poter un giorno conversare ed intenderci su dei problemi oggettivi.

         Da questa considerazione mi sono deciso, nelle poche parole oggi a voi rivolte, a discutere uno di questi problemi preliminari, e vorrei parlare del concetto di produttività, non tanto nel senso in cui voi austriaci con autorevolezza lo intendete – credo di avere colto il senso del concetto, anche se non ne sono ancora del tutto sicuro -, ma nel senso che farò, per così dire, alcune osservazioni preliminari invece di discutere il concetto e il problema della produttività, che, posto all’ordine del giorno, mi è sembrato ambiguo, e tentare poi, a partire da queste osservazioni, alcune dimostrazioni di tipo sperimentale. 

Se vogliamo discutere di un tale concetto, dobbiamo in una certa misura chiarire a noi stessi, quali finalità abbiamo davanti agli occhi e cosa qui è in questione. Ci accorgiamo allora che di produttività si parla abitualmente in termini molto diversi. Abbiamo il concetto di uomo produttivo. Mi ricordo di ciò che Sua Eccellenza Althoff disse ad un docente: “improduttivo sotto ogni aspetto: né un figlio, né un libro!”

(ilarità)

Questo è un concetto di produttività che senza dubbio non appartiene affatto alla sfera dei problemi sui quali qui discutiamo. Per produttività noi ci rappresentiamo sempre qualcosa di specificamente economico. Sorge allora la domanda su ciò di cui qui si ha a che fare, e mi sembra che dobbiamo per prima cosa chiederci dove risieda l’idea (Vorstellung) di produttività, o qualsiasi altra idea a partire dalle quali ci costruiamo un concetto, se nella realtà stessa (in der Welt steckt), come un’idea che si trova già nei soggetti dell’economia o un qualsiasi fattore che condiziona la vita economica, oppure se essa invece non sia affatto presente in alcun soggetto economico, bensì unicamente nella testa dell’osservatore teorico e pratico. Gran parte dei problemi legati alla sfera della produttività, si risolvono facilmente, quando cioè li si riconduce ad una idea soggettiva che gioca un ruolo solo nelle menti degli economisti, come ad esempio l’idea di redditività (Rentabilität). L’idea di redditività è un fattore determinante per la strutturazione della vita economica. Di fronte a questa idea, come scienziati possiamo ovviamente solo studiare, attraverso delle precise indagini, che cosa in una determinata epoca o in un determinato ambito di soggetti economici si intende per redditività. A ciò si lega tutto il problema dei costi (Kosten) ecc. Ciò che però intendiamo è qualcosa di diverso. E’ quel concetto che non esiste per niente nel mondo empirico dell’economia o in qualsiasi soggetto agente dell’economia, bensì solo tra di noi, nel nostro modo scientifico di interpretare l’economia. Un tale concetto va esperirlo in modo del tutto diverso, non possiamo cioè constatarlo come un fatto (Tatsache), ma possiamo solo farne un particolare strumento d’ausilio (Hilfsmittel) per il pensiero economico. Se siamo giunti a questo punto della chiarificazione del problema, allora ci si pone la questione non aggirabile di che cosa noi intendiamo per scienza dell’ economia nazionale. Questo è il problema su cui si gioca la battaglia decisiva, sempre che nel Verein si decida di continuare ad affrontare delle discussioni di carattere teoretico. Noi economisti abbiamo qui la possibilità o di porci come unico compito quello di constatare ciò che è (dass etwas ist), oppure, contemporaneamente o anche unicamente, quella di constatare ciò che deve essere (was sein soll).

         Questa duplice possibilità dobbiamo tenerla presente in tutti i futuri anni e decenni, in cui spero ci si potrà ancora incontrare, perché se non ci decidiamo a prendere atto di questa antitesi – la decisione spetta al singolo -, allora noi non riusciremo a procedere in avanti nelle nostre discussioni. Si tratta, in altre parole, di escludere o di includere nelle concezioni economiche che sono o aspirano ad essere scientifiche, ciò che noi chiamiamo giudizi di valore (Werturteile) che sono per la maggior pare e in modo differente legati all’etica. Torna allora di nuovo la domanda attorno a quella che è stata definita l’economia nazionale etica (ethische Nationalökonomie). Non vorrei io stesso formulare un giudizio di valore, ma penso che la disputa su tutto ciò fino ad ora non sia giunta alla chiarezza necessaria e che il problema non sia stato posto in modo tale che su di esso fosse possibile un accordo. Ciò su cui domina l’incertezza e la mancanza di chiarezza, è questo: nel momento in cui, per la prima volta, la disputa venne a galla – ed è la cosiddetta Scuola storica che qui ha giocato un ruolo importante, in difesa proprio delle valutazioni (Wertungen) dei fattori etici -, a quanto ne so, non si indagò a sufficienza dove queste valutazioni etiche, di cui stiamo parlando, in effetti risiedevano, non si indagò cioè a sufficienza se queste valutazioni di natura etica appartenevano al soggetto economico o allo studioso di economia.

         In occasione della celebre discussione tra il nostro venerato maestro von Schmoller e Lasson, venne fuori il detto - che mi sembra che mi sia stato adoperato da von Schmoller – che nel mondo neppure un chiodo è infilato senza che l’etica vi abbia parte. Questo lo concedo pienamente. Una tale motivazione etica è naturalmente presente nell’ambito dell’economia, e senz’altro concedo anche, che in una discussione generale sui legami economici l’importanza dei fattori etici non possa mai essere trascurata; proprio il mio amico Max Weber, con il quale io condivido nella sostanza la sua concezione metodologica, nel suo lavoro sul puritanesimo ha dimostrato con degli esempi, quanta importanza possano avere i fattori etici nel corso della vita economica. Se nonostante ciò vogliamo escludere le considerazioni etiche – mi rendo conto che l’intero problema attorno al metodo isolante (isolierende Methode) nell’osservazione della vita economica, il non considerare i diversi motivi operanti e la ricerca di un motivo nella sua pura efficacia, qui non è ancora in questione -, se noi nonostante ciò rimuoviamo l’elemento etico, ciò non significa per noi che l’etica non giochi un ruolo nella vita, ma che essa non deve giocare un ruolo nell’ambito della scienza economica. Per noi significa che da scienziati, nel momento in cui valutiamo la vita economica, non dobbiamo essere né puritani né non puritani ma dobbiamo osservare e constatare in modo oggettivo. Solo in questo senso separiamo i giudizi di valore dall’osservazione scientifica.

         Va bene, ma perché, vi domanderete. Perché, fintantoché i giudizi di valore giocano un ruolo nell’osservazione scientifica, è impossibile comprendere oggettivamente qualcosa, mentre la conoscenza scientifica ha invece come obiettivo quello di constatare e di dimostrare in modo oggettivo che qualcosa è in un certo modo.

         Se posso dare una motivazione storica e psicologica del perché oggi da noi sta guadagnando terreno questo che io in modo ortodosso chiamo indirizzo non etico (a-ethische Richtung), allora ciò va messo in relazione al fatto, che proprio nella nostra soggettività (subjektiven Wesen) ci differenziamo sempre di più, e che nell’ambito di questa crescente differenziazione di personalità e di valori, abbiamo un bisogno spasmodico di trovare un punto sul quale ancora possiamo trovarci uniti, sul quale possa trovarsi unito il credente e il non credente, il panteista e l’ateo, il socialdemocratico e il conservatore o chicchessia, in modo che possano condividere l’accertamento di un qualunque specifico evento storico o naturale. Ma, come detto, è impossibile giungere ad un’unità qualora lasciamo sopravvivere i giudizi di valore dentro le spiegazioni scientifiche, e per questo proprio la spiegazione del concetto di produttività è qui così straordinariamente istruttiva.

         Permettetemi di fare alcuni esempi per spiegare ciò che intendo dire. Nella relazione di von Philippovich il concetto di produttività è delineato nei suoi tratti fondamentali, così come egli lo ha poi ripetuto verbalmente. Mi voglio limitare alla constatazione più semplice per mostrare cosa intendo dire. Egli afferma, ad esempio, “che il compito dell’economia consiste nella conservazione e nello sviluppo della vita degli uomini: in proposito non è possibile alcun dubbio”. – E perché no? Perché gli uomini devono essere tutelati e aiutati? E se sì: quanti uomini? Tanti uomini quanti sono quelli viventi o il doppio di essi oppure un numero illimitato di individui o solo la metà di essi? Nel momento in cui vi ponete questa domanda ponete tutto il problema del popolamento, della limitazione dei rapporti sessuali, il problema se preferire una civiltà di massa o un civiltà individuale ecc. Ma come potete discutere scientificamente sul problema della limitazione dei rapporti sessuali o della civiltà di massa? Se cioè in un paese è meglio vivere in 100, 50 o 20 milioni?

         Questa è una considerazione molto generale, ma prendete anche in considerazione dei casi particolari, come ad esempio il concetto di benessere (Wohlstand), che gioca un ruolo fondamentale. Che cos’è il benessere? Possiamo intenderci su di esso? Iniziamo: al benessere appartiene l’alimentazione. Su ciò ci può essere un certo accordo. Ogni produzione di mezzi di alimentazione possiamo dire che sia produzione di benessere. Ma anche la produzione di vino? L’antialcolista dirà allora di no, che il vino non fa parte degli investimenti produttivi nel senso stabilito, mentre noi in maggioranza lo considereremmo forse come straordinariamente produttivo nel senso che al concetto ha dato von Philippovich.

(ilarità!)

Giungiamo ora al benessere nell’abitare. Dove vivere? In città o in campagna? Posso immaginarmi molto bene un grande partito per il quale ogni nuova costruzione di un casermone rappresenti una sventura per il popolo. La costruzione di casermoni è una sventura per il popolo? E’ produttiva? Favorisce il benessere?

         Ancora: la costruzione di chiese. La costruzione di una chiesa favorisce il benessere? Il credente dirà sicuramente: certo, almeno quanto la minestra di farina che mangiamo, mentre l’ateo dirà che è una vergogna che si costruisca una nuova chiesa, che si sprechi il denaro per spese così improduttive.

         Soffermatevi sul vestiario, fatevi la stessa domanda per le ulteriori sfere dei bisogni: la ricchezza, il perfezionamento della vita individuale o l’estetismo sono produttivi? Un’economia che ad un solo individuo ha fornito molti mezzi per dei beni voluttuari è stata produttiva o no? Ha agito dannosamente? Eventi con un fine di svago: chi decide cioè, se un varieté è o non è qualcosa di produttivo? Non voglio analizzare altri esempi, ma si possono portare dei casi per i quali, in modo ancora più evidente, si resta in dubbio se promuovano o meno il benessere di una società. – Che cosa siete in grado di fare con tutte queste idee? Che cosa vi potrebbe unire se le voleste trattare scientificamente? Io non vedo nulla, proprio nulla. Dipende tutto dalla valutazione soggettiva, e la valutazione soggettiva si sottrae alla constatazione oggettiva per motivi che da un punto di vista metodologico forse il collega Gottl potrebbbe indagare in modo ancora più approfondito. Io voglio dire solo questo: alla fine, ogni giudizio di valore è ancorato ad una visione personale del mondo (persönliche Weltanschauung). La visione personale del mondo riposa sempre su basi metafisiche, essa penetra in sfere che vanno al di là del mondo empirico, e la conoscenza scientifica non è in grado di sondare queste profondità. Ciò va affermato e stabilito con grande chiarezza. Certamente questa è una forma di rassegnazione, ma, in una certa misura, la maturità si spiega e si definisce per mezzo della rassegnazione. Naturalmente vorremmo anche noi conoscere il modo migliore di vivere, ma queste sono cose che, da un punto di vista scientifico, ci sono precluse.

         Domanderete ancora: tutto ciò non è un sofisma, questa distinzione non è un’elucubrazione? E’ così piacevole discutere sul valore d’uso sociale e simili, ad esempio, se le fabbriche debbano o meno essere areate, cose che certamente a me stanno a cuore. Rispondo che non è un sofisma, è necessario compiere questa distinzione se vogliamo salvare quella fiducia nell’economia nazionale che stiamo per perdere del tutto. Chi crede infatti oggi alla scienza economica al di fuori del nostro circolo?

(ilarità)

Certo non la prassi, e veramente non posso darle torto se presta poca attenzione a questo tipo di scienza. La scienza afferma: libero scambio e, contemporaneamente: protezionismo. Di fronte a ciò ogni pratico dirà: diamine, queste sono due concezioni diametralmente opposte, io credo che nella scienza ci sia una sola verità oggettiva, non ce ne possono essere due; e fintantoché uno, in nome della scienza, è favorevole alla tutela dei lavoratori e del sindacato, mentre un altro, sempre in nome della stessa scienza, sostiene invece che ciò è molto dannoso e che gli industriali devono restare i padroni nelle proprie imprese – allora, credo che se la scienza presenta ancora queste due cose così diverse come risultati della conoscenza scientifica, si rende ridicola. Non è possibile infatti che due opposte concezioni come queste possano contemporaneamente venire fondate scientificamente. Nell’interesse della nostra reputazione, e credo anche per poter influenzare la prassi, dobbiamo allora operare una tale separazione purificatrice.

(giustissimo!)

Ci dovremmo nuovamente limitare a dire: alcune cose non possiamo deciderle in qualità di scienziati. Posso ben rendermi conto che, se viene introdotto il libero scambio, ci saranno questi e quest’altri effetti, e posso affermare che, senza la tutela dei lavoratori, la popolazione dei lavoratori si svilupperà in questo e in quest’altro modo; queste sono certamente delle constatazioni scientifiche, questa è una forma di conoscenza che io posso imporre a chiunque, anche ad ogni imprenditore.

(proteste)

Se non ci riesco allora vuol dire che costui non è del tutto normale.

(ilarità),

allora vuol dire che non è animato da buone intenzioni oppure è che intellettualmente sotto la norma.

(ilarità)

Se non è né l’uno né l’altro, allora deve dedurne le necessarie conseguenze, lo voglia o meno; sulla base di queste constatazioni e con l’aiuto dei suoi personali giudizi di valore, egli potrà trarre le conseguenze pratiche che desidera e scegliere gli effetti pratici, quali che siano. Questa è la strada, non quella in cui noi facciamo passare indebitamente queste conseguenze pratiche come risultati del sapere scientifico. Esse non lo sono e non lo saranno mai.

         Per questo motivo noi non siamo condannati a degli schemi astratti – almeno personalmente io non vorrei operare in questo modo -; nonostante il fatto che siamo degli studiosi, continueremo a pronunciare dei giudizi di valore. Ieri sera ho tenuto un discorso fortemente valutativo, ma non mi sono illuso di avere fatto della scienza.

(ilarità)

Questa è appunto la differenza. Nel momento in cui esprimo e sostengo un giudizio di valore, vi metterò dentro tutta la mia personalità, non però tutto il pensiero logico per obbligare, in tal modo, l’altro, a seguirmi. A nessuno infatti posso provare che Vienna è più bella di Berlino, come potrei farlo? Lo si potrebbe riassumere con il detto berlinese un po’ sfacciato: “l’acconciatura dei capelli e il piatto di polpette si giudicano dalle guarnizioni (Haare apart und Bouletten apart, bei der Jarnierung nämlich)”.

(ilarità)

E con ciò giungiamo all’ultima parte di questo intervento.

         Se siete d’accordo, vorrei ora fornire, con un paio di parole, qualcosa di positivo alla discussione sul concetto produttività, per mostrarvi come mi rappresento il concetto di produttività dal mio generale punto di vista, nel quale cioè un concetto è sottratto ai giudizi di valore. Ritengo che una discussione su un tale concetto sia certamente possibile, addirittura necessaria, e se non mi sbaglio, chi prenderà la parola dopo di me, credo che svilupperà un concetto di produttività in modo del tutto diverso dal mio, ma spero in modo puramente scientifico, non fondato cioè su giudizi di valore. Ovviamente, io considero questo concetto come uno dei più importanti dell’economia nazionale, e non saprei come potremmo fare a meno di esso. Credo che allora il suo significato puramente oggettivo possa essere colto se intendiamo per produttività un particolare rapporto, cioè quello tra un dato costo, da ricondurre al lavoro, e una precisa quantità di prodotto. La produttività si manifesta sempre e solo attraverso mutamenti di questo genere, e lo stesso vale, ad esempio, anche per il valore della moneta. Nel momento in cui muta il rapporto tra un dato costo del lavoro e un dato prodotto, allora possiamo prendere atto che la produttività o è salita o è scesa. E ciò lo possiamo constatare da un punto di vista puramente tecnico. Sono convinto che ciò che von Philippovich ha qui esposto sia completamente imbevuto di etica, anche lì dove parla di un concetto puramente tecnico di produttività. Secondo me, invece, un tale concetto di produttività noi possiamo innanzitutto pensarlo come puramente tecnico nel momento in cui possiamo mettere alla prova la fecondità di un particolare tipo di procedimento, ad esempio cosa riesce a produrre un uomo con un determinato utensile o cosa invece lo stesso uomo riesce a produrre con un altro utensile; se gli si dà un utensile migliore e nello stesso arco di tempo egli produce due paia di stivali invece di uno, allora la produttività del suo lavoro è aumentata del 50 %. Oppure possiamo stabilire la produttività osservando quella di una particolare organizzazione. Ad esempio, se un lavoratore, con una determinata tecnica, produce un paio di stivali, mentre 100 lavoratori (con lo stesso procedimento tecnico), collocati in una grande industria, producono ciascuno due paia di stivali, allora, grazie all’organizzazione, la produttività del lavoro è raddoppiata. Una tale organizzazione può trovarsi all’interno di un’industria oppure essa è un’organizzazione di diverse industrie, ma entrambi sono comunque problemi di organizzazione. Questi ultimi problemi conducono alla questione della produttività del lavoro ecc., che, secondo me, nella relazione di von Philippovich non è affrontata in modo esaustivo. Potete vedere come per questo problema della produttività dell’agire sia agevole avere un concetto scientifico di produttività di natura oggettiva e trattare realmente tali problemi. E’ possibile stabilire con certezza la produttività dell’agire soltanto mettendo in rapporto la produzione di una particolare quantità di beni (ad esempio, 100 paia di stivali) con il costo del lavoro di cui necessita: a) nel caso in cui vengono prodotti artigianalmente da calzolai, di modo che l’acquirente possa avere direttamente dal produttore un paio di stivali; b) nel caso in cui una grande industria di stivali, in un luogo isolato, produca queste 100 paia di stivali in un solo giorno e li consegni a dei commercianti per venderli. Allora è possibile rendersi conto se queste 100 paia di stivali sono prodotti con un maggiore o con un minore costo di tempo nell’ipotesi a) o in quella b). Forse più tardi ci sarà la possibilità di discuterne ancora. Per questo mi fermo qui. Voglio solo ribadire la mia convinzione principale, che cioè noi dovremmo condurre la discussione solo nel senso che ho spiegato, senza occuparci di tutto ciò di cui non è possibile discutere perché radicato in un qualsiasi giudizio di valore. Di ciò non dovremmo più discutere, come non si dovrebbe più cercare una prova scientifica per stabilire se sono più carine le biondine o le brunette.  

(Bravo! Applausi.)

[…]  

Prof. Dr. Max Weber (Univ. di Heidelberg): Signori, io devo brevemente polemizzare con il relatore che mi ha preceduto, che ha iniziato dando pienamente ragione al mio amico Sombart, ma che poi praticamente ha sostenuto il contrario. Il punto di vista di Sombart coincide pienamente con quello che anch’io sostengo da lungo tempo nei miei scritti. Nel concetto di “benessere nazionale” (Volkswohlstand) c’è chiaramente tutta l’etica possibile. Per eliminarla si cerca di far coincidere il “benessere nazionale” con il reddito più ampio possibile di tutti i singoli appartenenti ad un gruppo economico. Facendo riferimento al bel libro di Sombart, vorrei prendere come esempio il caso della campagna romana. Essa appartiene ad un pugno di ricchissimi latifondisti. Di fronte ad essi c’è un pugno di ricchissimi affittuari. Di fronte ad essi c’è, su per giù, un pugno di pastori che i potentati economici potrebbero con facilità retribuire in modo da non metterli in condizione né di dover rubare né di patire la fame e quindi di essere in qualche modo “soddisfatti”. Il ristretto gruppo di individui che popola questa “landa desolata” potrebbe, in queste condizioni, avere un grado di benessere economico privato (privatwirtschaftliche Wohlstand) che corrisponda alle loro stesse esigenze. Se voi, signori, vi volete porre da uno specifico punto di vista valutativo, qualunque esso sia, che non coincida per niente con l’interesse egoistico di queste poche persone e con i loro introiti privati, allora vi voglio chiedere: vi va bene questa condizione, corrisponde al vostro “ideale” di produttività, tenendo conto del fatto, ad esempio,che questa sconfinato territorio potrebbe ospitare masse di contadini con proventi enormemente maggiori di quelli che oggi ottengono da questa landa? Se però critichiamo l’attuale condizione della campana romana da uno di questi punti di vista, allora immediatamente viene alla luce un concetto di “benessere” alternativo a quello che qui abbiamo sviluppato. Io penso, dunque, che anche nel concetto di benessere nazionale sviluppato dal collega Liefmann, sia racchiuso ciò da cui prendiamo le distanze, solo con parole un poco diverse, come è stato dimostrato nell’esempio della distruzione dell’uva e del riso. Secondo Liefmann, gli imprenditori si sono resi conto che devono limitare i loro capitali e la loro forza lavoro in modo da contenere entro limiti stabiliti il loro profitto netto. Va bene, ma la distruzione del riso era comunque una specifica lesione degli interessi di quegli strati popolari che sarebbero stati molto felici se avessero potuto comprare dell’uva o del riso ad un prezzo basso, e in tal modo il loro “benessere” privato, a causa di questa distruzione, è stato leso. Alla base di ciò sono stati posti solo degli interessi imprenditoriali.

         Sono d’accordo con l’amico Sombart che inserire nelle questioni scientifiche un elemento deontologico (ein Seinsollen) è qualcosa di diabolico, cosa che in passato il Verein für Sozialpolitik ha spesso abbondantemente fatto.

(ilarità)

Con ciò giungo al vero e proprio problema. E’ certamente vero che una scienza empirica si lega solo al piano dell’essere (Sein), e non dice nulla sul dover-essere (Sollen). Con ciò però non voglio dire – e in questo certamente anche Sombart converrà – che non ci possa essere nessuna discussione scientifica che tocchi la sfera deontologica. Bisogna solo chiederci in che modo. A chi mi affronta formulando un particolare giudizio di valore, posso dire: mio caro, tu ti sbagli in primo luogo proprio su ciò che tu stesso vuoi. Vedi: io prendo il tuo giudizio di valore e te lo scompongo con lo strumento dialettico della logica; te lo riconduco ai suoi assiomi fondamentali per mostrarti che in essi sono nascosti degli altri giudizi di valore di cui non hai consapevolezza, e che forse sono tra loro o incompatibili o compatibili solo grazie ad un compromesso, per cui sei obbligato a decidere quale tra questi scegliere. Questo è un lavoro intellettuale di natura logica, non empirico. Ma io posso anche dire: se tu, conformemente a questo determinato giudizio di valore, vuoi agire nell’interesse di un dover-essere, allora, secondo l’esperienza scientifica, devi usare questo o quel mezzo per raggiungere quel fine che corrisponde alla tua valutazione assiomatica (Wertaxiom). Se questi mezzi non ti vanno bene, allora devi deciderti tra i mezzi e lo scopo. E, alla fine, posso dirgli: devi renderti conto che, secondo l’esperienza scientifica, con i mezzi necessari alla realizzazione del tuo giudizio di valore, involontariamente produci anche degli effetti collaterali. Ti vanno bene queste altre conseguenze oppure no? La scienza può guidare l’uomo fino al confine di questo “sì” e di questo “no” – perché tutto ciò che arriva fino a qui sono domande a cui può rispondere sia una disciplina empirica sia la logica – sono cioè domande puramente scientifiche. Il problema se dire di “sì” o di “no” non riguarda la scienza, bensì la coscienza o le preferenze soggettive – e comunque la risposta si colloca su un diverso piano dello spirito. Per questo, in sé non è una cosa del tutto priva di senso discutere di cose pratiche in un’associazione scientifica - a condizione che sia chiaro che, alla fine, ci si può solo chiedere quali mezzi e quali effetti collaterali ci si debba accollare, se si agisce secondo un determinato principio, - queste sono le domande di una scienza empirica – quindi, spetta alla spiegazione logico-scientifica, vincolante per ogni essere umano che ragiona, stabilire quali condizioni ultime si nascondono nei giudizi di valore in lotta tra loro. Il peccato originale inizia con la confusione di questo ragionamento di tipo empirico o logico con i giudizi di valore soggettivi e di natura pratica. Su ciò Sombart, credo, possa convenire con me.

Oggi ci è stato presentato un concetto che – da questo punto di vista – è uno dei peggiori che ci sia, e invece di gettarlo all’Inferno, al quale appartiene, si è cercato di salvarlo. Certo, si è cercato di analizzare molto bene la molteplicità di “problemi” che presenta quel concetto di produttività economica del quale oggi ogni demagogo si adorna. La conclusione, però, è che si è usciti da questi problemi ancora una volta grazie a dei “giudizi ordinari” (Durchschnittsurteile), che dovrebbero valere come criteri di misura. Alla fine, in questa forma, il concetto è stato accettato anche da una mente così straordinariamente sistematica, come il nostro venerato collega von Philippovich, come anche da un teorico rigoroso quale von Wieser, anche se solo attraverso una tenue allusione. Ecco, voglio dire che io su questo punto non sono d’accordo.

(un grido: neppure io!)

Mi auguro che a lungo andare nessuno possa essere d’accordo,

(ilarità)

e io deploro che, in effetti, un problema teoretico sia discusso, nella nostra riunione, in questa forma. Quali contraddizioni! Nell’eccellente, chiaro e in sé coerente testo dell’intervento di von Phlippovich c’è scritto molto giustamente: “Noi non abbiamo un giudizio di valore comune”. Ma subito dopo aver affermato ciò, ecco che riemerge la “produttività”, è ciò significa che ovunque si formulano “giudizi ordinari” su ciò che andrebbe fatto. Ebbene, l’unico compito della scienza sta proprio nella critica di questo tipo di giudizi ordinari, e nel mostrare quali problemi si nascondano dietro ad essi. Il motivo per il quale, in ogni occasione e con una certa pedanteria, mi oppongo in modo particolarmente violento alla confusione tra l’essere e il dover-essere, non risiede nel fatto che io stimi poco i problemi di natura deontologica, bensì proprio l’opposto: perché non posso sopportare che problemi d’importanza fondamentale, di portata ideale ampissima, in un certo senso i sommi problemi che fanno vibrare l’animo, vengano in questa sede trasformati in un problema tecnico-economico di “produttività” e quindi nell’oggetto di discussione di una disciplina accademica quale l’economia nazionale. Chiediamoci perché si pecca continuamente e così facilmente nei confronti di questi principi elementari, in particolar modo da parte dei membri della nostra associazione: nel momento storico in cui il Verein für Sozialpolitik si formò come un’associazione con finalità pratiche e non scientifiche si pensò che - essendo un piccolo partito che si opponeva a degli avversari molto più potenti di lui - avrebbe dovuto per prima cosa iniziare ad abbattere le disquisizioni con l’apparenza di scientificità. Esso si accorse con ciò del pregiudizio dei circoli scientifici: che cioè una scienza che si occupa della ricerca del guadagno quale causa movens della vita sociale, debba per questo considerare una tale ricerca come l’unica misura di valutazione (Massstab der Bewertung) di uomini, cose o processi. Nella lotta contro questa confusione di scienza e giudizio di valore, ai nostri maestri accadde però di commettere proprio lo stesso peccato, anche se per un differente scopo. Per indebolire la posizione dominante di quella misura di valutazione, giustamente essi cercarono accanto alla ricerca individuale di guadagno altre cause dell’agire umano che fossero rilevanti dal punto di vista economico, ma con il risultato che le ricerche scientifiche e i giudizi rimasero ancora più confusi, cosicché ancora oggi si è cercato di sostenere dei giudizi di natura deontologica attraverso la constatazione di semplici fatti e di legami tra loro. Fu in un peccato straordinariamente giustificabile, “veniale”, quasi inevitabile, in cui cademmo sempre di nuovo noi e più che mai i nostri avversari. Dobbiamo però protestare se da un peccato occasionale, così frequente, se ne fa un’abitudine di pensiero o addirittura una virtù, tanto più che da esso sono continuamente scaturite delle sgradevoli conseguenze. Sempre è successo che si è creduto di screditare scientificamente qualcuno adducendo a motivo il fatto che non condivideva i nostri giudizi etici. Questo non è però possibile, non possiamo condividere una cosa del genere, con tutto il rispetto per la generazione, che ha condotto le grandi battaglie del passato, di cui noi siamo oggi gli epigoni e senza la cui grandiosa opera di fondazione i nostri lavori non sarebbero neppure immaginabili. Questo è il punto a partire dal quale bisogna tentare di giungere su un nuovo terreno, e io condivido in pieno ciò che afferma il prof. Sombart, che rendiamo un servigio sia alla scienza che alla volontà pratica nel tenere l’una rigorosamente distinta dall’altra. E se dobbiamo constatare con un certo rincrescimento, che, rispetto al passato, oggi anche tra di noi si sono moltiplicati i giudizi di valore, allora dobbiamo avere anche l’onestà di denunciare pubblicamente un tale fatto. Noi non conosciamo alcun ideale che sia dimostrabile scientificamente. Certo, è molto più duro doverlo riconoscere come un nostro prodotto, in un’epoca caratterizzata comunque da una cultura soggettivistica. Non dobbiamo però promettere un paese di Bengodi o una strada lastricata d’oro, né in questo mondo né nell’altro, né nel pensiero né nell’azione; e la dignità di noi uomini risiede anche nel fatto che la nostra pace spirituale non è così piena come quella di colui che sogna un tale paese di Bengodi.

(bravo! Applausi)

[…]  

Prof. Dr. Othmar Spann (Politecnico di Brünn in Moravia): Egregia assemblea! Nonostante tutto ciò che è stato detto contro l’elaborazione del problema contenuta nella relazione di von Philippovich, per prima cosa in essa io non vi vedo che un obiettivo pratico, il quale doveva essere preceduto da una fondamentale e propedeutica analisi di carattere teoretico (theoretische Vororientierung), una fondamentale conoscenza teoretica della stato di cose. L’obiettivo pratico è questo, lo dico molto “temerariamente”: sostenere la produttività dell’economia nazionale attraverso misure economico-politiche. Questo è il motivo per cui va studiato un concetto teoretico di produttività; si va poi alla ricerca di concetti specifici, non ci si deve cioè limitare a descrivere e ad indicare empiricamente le manifestazioni della produttività e dell’improduttività (ad esempio la gioia di lavorare e simili), bensì, molto di più, bisogna cercare di penetrare anche nella natura e nei tipi generali (allgemeine Typus), nelle intime leggi che governano queste manifestazioni. Ciò è possibile, in primo luogo, attraverso il concetto generale di produttività dell’economia nazionale, e, nei singoli casi specifici, attraverso, ad esempio, concetti come quello di produttività tecnica.

         La determinazione concettuale della “produttività dell’economia nazionale” in tal modo è teoreticamente possibile oppure no? Io dico di sì. Il principio, che si oppone a ciò, secondo il quale la conoscenza dell’essere (Seiende) debba essere distinta dalla discussione sul dover-essere, io lo accetto in pieno, ma nonostante ciò io aderisco a questo concetto di produttività! – Per prima cosa, nella teoria dell’economia nazionale noi non abbiamo semplicemente a che fare con la conoscenza dell’essere, del dato empirico.

(grido: no!)

Abbiamo invece a che fare con la conoscenza di qualcosa che va astratto dall’essere, con qualcosa di puramente economico (Rein-Wirtschaftlich) o, come Max Weber stesso lo definisce, abbiamo a che fare con la conoscenza dell’idealtipo (economico) della realtà. Da questo punto di vista, l’oggetto dell’economia nazionale è veramente un “dover-essere” (Sein-Sollendens).

         Un dover-essere, però, di natura etica. Ciò significa, che il compito dell’economia nazionale consiste nell’incrementare il benessere degli uomini. Con che tipo di definizione concettuale abbiamo qui a che fare? E’ un miscuglio tra il fine (materiale) del “benessere” e la costruzione del concetto teoretico di “sostegno del benessere”, o soprattutto di “produttività”?

(no!)

Certamente no! La discussione del fine materiale del “benessere” può risultare molto difficile; intanto: l’idealtipo delle manifestazioni economiche che vogliamo conoscere soggiace a dei fini che necessitano di una complessa discussione e di una valutazione di carattere politico, etico e filosofico. Il sostegno del benessere, la produttività, è un concetto formale, per questo è un concetto teoretico del tutto possibile. Poiché di “benessere” ci si occupa quando si ha a che fare con la produttività economica, esso non è ancora un concetto di natura politica. Al posto di “benessere” lo si potrebbe chiamare valore massimo (Maximum) o qualcosa di simile. Per la “produttività dell’economia nazionale”, l’economia nazionale, questo idealtipo di azioni, è un sistema parziale (Teilsystem) di natura funzionale, incorporato (eingegliedert) in un organismo molto più esteso, cioè nell’intera società e nello stato. (Nella relazione ciò è esposto senza dubbio in modo molto chiaro). In conseguenza di ciò, l’economia nazionale, nella sua pretesa di economicità, dipende senza dubbio non solo da ciò che noi reputiamo che abbia un valore economico, come ad esempio i contadini o i grandi imprenditori, ma anche da ciò stimiamo degno di valore in qualità di uomini di stato, artisti o filosofi. E’ possibile scindere nettamente tra l’esigenza pratica e la discussione di carattere etico e valutativo che subentra quando si tratta di giudicare come produttiva una qualche manifestazione e, in quanto tale, decidere sul piano pratico se favorirla o meno, e la conoscenza teoretica di ciò che è alla base dell’idealtipo dell’agire economico e dell’aspirazione al benessere per mezzo dell’economia. Questo è il primo compito (se io voglio studiare l’economia nazionale a partire dal benessere che essa crea) su cui si deve fare piena chiarezza, quali categorie riguardanti il rendimento (Leistungsfähigkeit), o la produttività in generale o – nei casi specifici – quella tecnica sono contenute in questo meccanismo dell’agire economico! Da questo punto di vista, nella relazione c’è una piena e chiara distinzione tra l’elemento teoretico e la discussione pratica delle attribuzioni di valore (Wertungen). La condizione a cui soggiace l’economia nazionale (il benessere), per la teoria ha un carattere formale – diversamente non esiste alcuna teoria! Ogni idealtipo di azione, anche il più piccolo ciclo di un processo economico, è soggetto ad un particolare fine, e questo può essere realizzato solamente perché è il frutto di una valutazione. In questo senso, ogni tipo di teoria ha certamente sempre a che fare con un fine. Non c’è un’azione che non sia condizionata da un fine. E nonostante ciò esiste una teoria! Perché? Perché il fine ha un valore puramente formale, e l’azione che lo serve sviluppa un autonomo meccanismo, una struttura governata da leggi, delle categorie che per principio si presentano sempre di nuovo, come ad esempio il “rendimento”, l’“interesse”, il “capitale” ecc. Faccio teoria nel momento in cui cerco di comprendere l’intima struttura di questo meccanismo. Con questo torno alla mia affermazione iniziale: nel progetto del relatore io vedo un obiettivo pratico, che, per una sua migliore fondazione, con molta lucidità risale allo studio teoretico di quell’intero complesso che qui si vuole promuovere. Sia la teoria che la pratica sono dunque possibili.

         Avevo intenzione di affrontare nei fatti questa mia proposta teoretica. Ma poiché non ho quasi più tempo – ho solo tre minuti a disposizione -, mi devo limitare ad un breve accenno. In primo luogo ritengo che vada criticato il concetto di produttività tecnica illustrato dal relatore: non credo che il concetto colga in pieno ciò che dovrebbe designare. Ciò che dovrebbe essere in grado di cogliere è il differente rendimento che si rileva in una serie di complessi isolati – ad esempio la maggiore produttività dovuta all’uso di macchinari in rapporto all’uso di semplici utensili -, rispetto alla prestazione o al rendimento che essi svolgono per l’intero complesso economico. Infatti, la prestazione che, ad esempio, nei casi concreti fornisce la produzione di tipo imprenditoriale, è senza dubbio differente da quella fornita in vista del fine generale dell’economia. In una certa misura, questa è la differenza che passa tra la produttività dell’economia privata (privatwitschaftlich) e quella dell’economia nazionale (volkswirtschaftlich).

         Siamo però in grado, attraverso un concetto di produttività tecnica, di spiegare in pieno questo fenomeno? Questo, appunto, vorrei mettere in dubbio. Credo che il puro concetto tecnico  (rein Technisch) di produzione - che in sé e per sé vuole dire: un chilogrammo di carbone in un macchinario produce una certa quantità di cavalli vapore, in un altro una quantità inferiore – non sia sufficiente. In effetti, anche il relatore non ha lavorato con questo concetto, perché egli parla in proposito di un “errore economico” (p. 10), infatti, che un macchinario consumi più carbone rispetto ad un altro, diventa economicamente rilevante solo a condizione che ciò gli costi di più. Siamo qui rimasti sul piano della misurazione puramente tecnica? Credo che con ciò noi siamo già passati sul piano economico. Con ciò torniamo subito al groviglio di domande affrontato nella relazione: valore di scambio, misurazione, misurazione dell’utilità e simili? Anch’io non saprei come risolvere queste difficoltà. Volevo solamente richiamare l’attenzione sulla necessità di riformare il concetto di produttività per una elaborazione teoretica di questi problemi. 

         Purtroppo non c’è più tempo per discutere altri punti, soprattutto l’importante riferimento alla sociologia, che nella relazione diventa evidente, o l’inaugurazione, da salutare con la gioia più grande, di un fecondo programma di descrizione dell’economia.

         Da ultimo, vorrei tornare ancora una volta alla possibilità teoretica del progetto del relatore. Per renderla forse più chiara, mi rifaccio alla legge di Thünen sulla razionalità relativa del sistema economico; se, ad esempio, la coltivazione dei cereali si fa meno intensiva mano a mano che ci si allontana dal luogo del mercato, con riguardo all’ottenimento di determinati prezzi, allora vuol dire che un determinato sistema tecnico è razionale solo in senso relativo (a seconda cioè delle condizioni economiche), è solo relativamente produttivo. Non abbiamo qui a che fare con una costruzione puramente teoretica del concetto di produttività, con i geniali rudimenti di una dottrina della produttività in quanto tale, la cui costruzione deve essere tentata oramai su nuove basi, tenendo conto soprattutto della produzione industriale? Non sarebbe possibile riconoscere quella legge della produttività attraverso dei punti di vista di natura formale, quali appunto: la distanza dal mercato o l’ottenimento di un determinato prezzo? Nelle regioni più distanti dal luogo del mercato (l’ultima cerchia di Thünen) si potrebbe allora rifiutare, ad esempio, la caccia come un qualcosa di immorale; da un punto di vista di politica pratica ciò significa che essa non deve essere promossa. Questa è la conseguenza politica che se ne deve trarre, l’altra, invece la conoscenza teoretica del rendimento dei singoli sistemi economici a partire dalle loro diverse condizioni. Penso che sia chiaro che questa conoscenza teoretica debba restare assolutamente distinta dal concetto materiale di benessere e da tutti quei concetti valutativi a cui soggiace l’economia pratica.

(bravo! Applausi.)

                                                                                          [trad. di Giovanni Franchi]



[1] Nel 1909 si usa ancora il termine Socialpolitik, ma si è preferito uniformarlo alla dicitura più tarda di Sozialpolitik che è quella definitiva.

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